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domenica 26 febbraio 2012

scrittura e pensiero dislessico

Mi dicono che dovrei scrivere storie più lunghe, romanzi. Io ho sempre risposto che non ne sono capace.
Adesso però mi sono detta che le cose che non si è capaci di fare si possono, spesso, imparare.
Su consiglio di un’amica, per cominciare, mi sono guardata il videocorso di narrazione di Giulio Mozzi
E’ bravo lui, a spiegare. Ma io, alla fine della serie di video –anzi, prima della fine, alla quattordicesima puntata- ho realizzato che quelle spiegazioni - correttissime e precise- non fanno per me. 
Quando scrivo una storia, io la vedo, tutta, come un film velocissimo e compatto. Per scriverla, devo essere sufficientemente rapida da acchiapparla e sufficientemente abile da distenderla, farla piana, metterla giù in parole perché diventi comprensibile e visibile anche per gli altri.
Quel giochino lì mi diverte.
Se devo mettermi al tavolo a pensare, non mi diverto più.
Io so scrivere quello che vedo e neanche tutto, perché la maggior parte di quello che vedo va troppo veloce anche per me.
Questa cosa l’ho ripetuta più volte, consapevole del fatto che per la maggior parte delle persone queste parole non avessero senso.
L’altro giorno però ho letto un libro che mi ha chiarito le idee e mi ha fornito le parole per spiegare meglio questo mio modo di pensare.
L’autore si chiama Ronald Davis e il titolo del libro è “Il dono della dislessia” (qui ne trovate una parte ).

domenica 31 luglio 2011

cose di nessun interesse (se non per me)

gigi –il mio coinquilino- è in camera sua a guardare uno speciale su amy winehouse. chiedo asilo per vederlo anche io dato che non ho la tv e m’appallottolo sul suo letto, ottenendo pure un cuscino in prestito.
sentiamo un paio di canzoni ma poi cambiamo canale dato che sul cinque c'è E.T. che è già ricoverato e meno male che non l’ho visto quando era nel torrente tutto rugoso secco e grigio perché lì piango sempre (piango anche dopo, ma in quella scena piango proprio da strozzo in gola).
E.T. e il suo amico elliott stanno su due lettini vicini tutti pieni di fili e di tubi e elliott prega l’extraterrestre di non lasciarlo, ma si vede che E.T. sta malissimo e infatti poi muore.
elliott allora si strappa tutti gli elettrodi e grida disperato e a quel punto a me viene, puntuale, il magone, come quando ero piccola. quella per me è la rappresentazione dell’andarsene dell’Altro senza possibilità di replica, è l’andarsene senza salutarsi: non la reggevo allora quella scena e non la reggo oggi, trent’anni dopo.

sabato 16 luglio 2011

aspettano e stanno

sono giorni che mi dico che prima o poi se ne andrà, ma no, non si muove.
mi sta di fronte la mattina appena sveglia, mentre faccio colazione, me la trovo alle spalle mentre mi lavo i denti, mi segue al lavoro e sulla strada di casa.
è una donna magra coi capelli lunghi e scuri.
sta curva, gli occhi a fissarsi le unghie dei piedi.
indossa solo una camicia da notte.
ogni tanto si strappa le pelli smangiate delle dita.
è come un fantasma che aspetta, ma non è un fantasma e non so che cosa aspetti.
io la guardo e non dico niente.
lei non mi guarda, solo resta.

io non so cosa posso fare per lei o forse sì, lo so, ma non lo voglio fare.

ho la testa piena di gente che spinge per farsi raccontare.
a volte è bello, a volte no.

sabato 28 maggio 2011

forse ci sono delle news

non sono scomparsa in questo periodo e non ho perso interesse ne lasaRamandra.
solo, la testa corre, ha ripreso a girare ai duemila all’ora e non le sto dietro.
quando capita è faticoso, perché non riesco a imbrigliare i pensieri, ma è anche un bene, di solito, perché sono i momenti più creativi, in cui mi vengono mille idee.
spesso sono purtroppo idee poco realistiche poiché in quei periodi mi sento piena di un’energia che presto mi abbandona, ma vabbè, si tratta solo di imparare a capire che cosa è realizzabile e cosa no:  conto di riuscire a farlo prima di quella crociera sulla luna che ho progettato per il mio quarantesimo compleanno.
questo mio altalenare continuo è il motivo per cui di solito evito di parlare troppo presto, prima di essere certa di quel che sarà: per timore di tirarmi la sfortuna addosso, per pudore di raccontare cose che ancora non sono, per non disattendere le aspettative mie e altrui.
nell’incerto c’è però tutta una spuma di eccitazione, ci sono i brividi dentro, le farfalle nella pancia tanto simili a quelle dell’innamoramento.
e quel friccicore è bello, è così vivo.
e allora perché non dirle, le cose insicure? è solo il loro esito ad essere dubbio, il loro presente è pur sempre reale, fatto di persone reali che fanno rete intorno.
persone che non legano, ma che tengono.
che fanno il nido e vegliano su uova piccole.
che hanno occhi ragazzini profondi, uguali e diversi dai miei.
persone pure.
le idee si intrecciano, si annodano, si infilano negli spazi vuoti del pensiero e infine germogliano.

quindi ora piano piano vi dico
che sto covando
insieme a un’amica uccella custode di parole
delle storie di buio, delle magie
che avranno anche dei Disegni di buio.

e da un’altra parte
lontana e vicina
a casa-milano-e-dintorni
si sta pensando di mettere in scena un mio racconto lungo:
“hanno ucciso barbapapà”, si chiama.

le mie parole a teatro
le mie parole coi disegni.

forse.

è tutto un forse: i disegni, il teatro, le storie che chissà se riesco a vederle tutte nella testa e a scriverle comprensibili.
forse però ce la faccio.
forse.
voi però non andate via, vero?

martedì 26 aprile 2011

fastidi di rito

ho un rituale tutto mio prima di mettermi a scrivere, tutta una vestizione di cui non capisco il senso ma a cui non riesco a sottrarmi.
mi copro tantissimo, in modo esagerato. sempre indosso una felpa e una fascia di lana nera per i capelli che fa anche da “scaldacollo”. a volte le felpe sono addirittura due, una delle quali è un feticcio, una felpa troppo grande per me a cui sono però affezionata. quando fa molto freddo, la doppia calza è d'obbligo, ma raramente indosso scarpe o ciabatte: mi piace avere i piedi liberi.
ho deciso che sono affetta da ipotermia preventiva. le cause sono sconosciute: non è lo stare ferma davanti al pc a causarla, perché il freddo comincio a sentirlo non appena decido di mettermi alla tastiera, quando magari sto facendo altro.

adesso sono qui, seduta al tavolo della cucina coperta come un cosacco da tre ore.
in casa ci sono ventiquattro gradi e mezzo.
oltre alla fascia, ho in testa un racconto che non riesce a prendere forma, lo visualizzo a pezzi che non riesco a cucire insieme.

mi sudano le parole, sono esausta e frustrata per questo andare da nessuna parte.
direi che per oggi basta.

martedì 1 marzo 2011

l'altro

qualche giorno fa ho letto una frase di Frida Kalho che dice “dipingo autoritratti perché sono spesso sola, perché sono la persona che conosco meglio”.
a raccontare, per me, è la stessa cosa. 
scrivo soprattutto di me non perché è più facile, ma semplicemente perché mi so. 
i personaggi di ciò che racconto esistono, sempre, ma non li so, non sono conoscibili.
l’altro è sperimentabile, è incontrabile, ma rimane –dolorosamente, a volte- Altro. e nella sua alterità sacra, l’ Altro non è raccontabile, non nel senso più profondo.
degli altri posso dire ciò che di loro mi attraversa, ma  l’altro, nel suo essere più autentico, io non lo saprò mai.
è impossibile per me dar vita a personaggi inesistenti. la creazione di un personaggio è attesa e osservazione di altri che si muovono in un altrove che non so indicare.
nelle storie “inventate” i personaggi sopraggiungono da dietro, te li ritrovi accanto senza accorgertene. quelli che arrivano da davanti sono sfida e ti mangiano il tempo e lo spazio e hanno occhi cattivi. 
bisogna stare in silenzio e avere orecchie fini, attente a ogni palpitio lieve, per provare a scrivere di altri, per provarsi nell’impossibile.

giovedì 23 dicembre 2010

parole rivelate

accade talvolta, nel quotidiano, che spiragli di senso si aprano e si offrono a noi, in forma di parole piene di grazia, parole come stelle alpine.
esse si fanno a sorsi brevi, discontinui; nelle cose si disvelano, illuminandole.
nostro è il compito di infilare una ad una queste parole e farne collane di bellezza pura, primitiva, vegliando su ago e filo, costantemente.
ma lo scopo non è la chiusura con click-clack della collana: lo scopo è la scoperta e la riscoperta della bellezza, nella contemplazione, nella gestualità ripetuta del fare.

aspettiamo dunque le parole nelle crepe del giorno, aspettiamole.
aspettiamole nella solitudine e nel silenzio della mente.
bisogna educare il corpo all’attesa come forma di ricerca, di incontro.
essa può logorare la carne e il pensiero, può sfilarci la filigrana, ma noi dobbiamo rimanere sempre vigili, e pronti. armati di ago e di filo, di giorno, di notte, nel sonno, nel mare, sul tram, nel letto, telefonando a casa, mescolando la zuppa:
guardare
fare
ricercare.

aspettare.

venerdì 17 dicembre 2010

ancora della scrittura

tessere parole costa.
è un gioco di abilità, di dita ostinate su nodi piccoli e serrati, su fili che tagliano.
è ricerca di equilibrio, lavorìo di testa, inarrestabile e matto.
scrivere libera dalla pena e ne principia un'altra, che ha termine solo con la scrittura la quale  allarga crepe in cui s'insinuano nuovi dolori che a loro volta... senza una fine.

ma ora sediti qui, accanto a me, sul molo:
ho grandi reti da dipanare.
adesso tutto è un groviglio, sì,
ma ho nelle tasche due pani tondi di pazienza,
per noi due soli,
sittàti a sbrogliare catturini
per parole di guizzo argentato.

rimani qui, accanto a me:
vedrai che in due è tutto più semplice
tutto più semplice e 
assolutamente impossibile.