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domenica 24 marzo 2013

se tu apri la bocca poco




se tu apri la bocca poco
come a farci entrare
un bacio piccolo di lingua
io ci infilo dentro
tutti i pesci minuscoli del mare
tutti i pesci dagli occhi di biglia spalancati.

se tu apri la bocca poco
io ci soffio dentro
tutte le luci sottili
a rischiarare gli abissi
sotto la tua pelle.

apri la bocca piano
apri la bocca nello zitto profondo
succhia
tutto il silenzio
degli animali minuscoli
dei movimenti piccini.

apri la bocca poco
aprila piano, aprila
nel nero dell’acqua
poco

apri la bocca piano
aprila
poco poco
aprila.




(avere dentro tutti i pesci del mondo di mare
non è cosa di schifo
o di viscido
è cosa di sentirsi senza un confine
è cosa che poi ti puoi addormentare).











Il capolavoro qui sopra è, ancora una volta, di Fabio Visintin che ha deciso di dare forma e colore alle mie parole. A mio parere, questo è un lavoro perfetto, che si combina armoniosamente col mio testo, ma lui sostiene che non sia ancora "completamente a fuoco" e che si tratti solo "passi di avvicinamento": prepariamoci alla meraviglia, a quanto pare non sono sola nel mio perfezionismo.



lunedì 3 gennaio 2011

finalmente

ci sono case come gusci di chiocciolina vuoti, che attendono solo di essere abitati.
essi giacciono sul fondo del mare, silenziosi.
un giorno, un’onda più forte delle altre arriva, ti raccoglie e ti spinge lontano.
tu non decidi niente. l’acqua segue percorsi imperscrutabili, inevitabili, inarrestabili: non ti resta che lasciarti trasportare dalla corrente assecondando quel movimento antico e Giusto.
quando ti fermi, capisci immediatamente dove ti trovi. questa è casa tua, è la tua casina, la riconosci: essa respira come te, piano, non ti mette fretta.
ti ci accomodi dentro a poco a poco, ma senza timidezza: è come riprendere a camminare dopo una malattia e nei tuoi movimenti c’è cautela, e spossatezza, anche.
è una di quelle case in cui entri e ti viene una gran voglia di mangiare e di dormire, ma una voglia forte, che non puoi sopprimere, una voglia come un urlo di amore sudato.

io sono arrivata.  sono nuovamente a casa.

finalmente
dormo.

lunedì 8 novembre 2010

la sposa marina. terza parte.

io vedo solo lei che sta lì sul fondo del mare, sempre nello stesso punto.
sta lì ma non c’è più.
solo, i suo occhi rimangono aperti, come sospesi tra due mani a coppa.
e il suo vestito, bianco di fili di paroline, afflosciato tra i sassi.

poi.

dice il pesce inventato:
- ma dove sei finita? non ci sei più?
- ci sono, ci sono…
- ma sei diventata come il pesce-sabbia, non ti si vede…come fanno a trovarti così? si perderanno...

e la sposa marina non risponde


ma

l  e  n  t  a  m  e  n  t  e

gli occhi diventano due fari, grandissimi e luminosi
e il vestito di parole perline una luna, un sorriso
poi tutta la sabbia sale
diventa scoglio
si fa la sposa marina donna scoglio
donna scoglio o montagna
immensa e smisurata.
tutto intorno il mare
tutto l’oceano.
continua a crescere questa sposa marina
diventa grandissima che tutto trema
sdraiata
le gambe piegate e divaricate
la testa all’indietro
di pietra
tutta che esce dalle sabbie
e dal mare
che tutta l’acqua si ritira
l’acqua tutta le scivola addosso e 
  

                  c
              

                          
a
           



                                 
                          d


e

dalla bocca
dagli occhi
tra i seni
sulla pancia




c
     



       a



d
                                                                 


                                         
               e




come fiume
come ruscello




s






     
 c 





                e







n                              





d                          









e



e tutte le paroline si tira dietro
che deve la sposa sfamare gli assetati.

l’acqua le rotola addosso grassa
fino in mezzo alle gambe
dove tutto si apre

c a l m o

in un porto rotondo
di pesci gialli 
e 
di uccelli rosa

c a l m o
.






ecco, dice la sposa,
qui per forza si deve arrivare
qui sempre arriva l’acqua.
non ci si può perdere,
non si possono perdere.

basta seguire l’acqua.
basta seguire le paroline.

venerdì 29 ottobre 2010

melancholische man en zeemeermin

c’era un quadretto, oggi, alla mostra su munch, un quadro piccolo che non sembrava tanto importante.
era un disegno, quattro righe buttate lì, un po’ coi pastelli, un po’ con l’inchiostro.
questo quadretto era grande quanto una foto formato standard, 11x15 circa, e raffigurava un uomo un po’ curvo, seduto su un sasso sulla riva del mare.
l’uomo si teneva la testa tra le mani.
di fronte a lui, sulla destra del foglio, stava fuori dall’acqua una sirena sdraiata a pancia in giù.  l’uomo era malinconico, lo diceva la didascalia, ma anche senza leggere la scritta lo avresti capito ugualmente, che se ci hanno messo prezzemolo e non quel signore lì a fare da testimonial di gardaland una ragione ci sarà.
il fondo del quadro era giallino, tipo carta del salumiere di una volta.
pochi tratti di verde e di azzurro per tracciare la profondità: un viale di alberi sulla sinistra, forse cipressi, una chiesetta sullo sfondo, tra le colline.
poi lì, in primo piano, queste due figurine, appena abbozzate, essenziali.
lui sta seduto, tutto di roccia, di giacca nera e capelli neri e pantaoloni neri e scarpe nere e con la mano si sorregge la testa, pensieroso.
lei lo guarda con un occhio troppo rotondo, sembra un occhio di rana o un occhio sbagliato, il naso sproporzionato, i capelli bagnati, collosi, di alghe.
lei lo guarda e aspetta
aspetta che tutta quella malinconia gli passi
ma non sa che dire
lo guarda e fa andare la coda nell’acqua
tutti cerchi blu scuro si fanno intorno alla sua coda di sirena
lei prova a distrarlo coi giochi di donnapesce
ma non serve a niente
è tutta una macchia nera
come che si fosse rovesciata la moka sul foglio e non si può più pulire
però lei guarda
e aspetta
e gli dice con la voce muta di sirena

tutto passa, uomo malinconico,
ma tu non abbassare la testa
tienila su,
guardami negli occhi,
guarda davanti a te,
guarda il mare
basta guardare i sassi,
ormai li hai contati tutti
guarda il mare
il mare
torna nel mare che ti fa leggero
e lascia il cappotto nero qui sulla riva
respira
respira, uomo malinconico
respira
poi se vuoi dopo te lo rimetti, il cappotto
ma adesso respira
respira nell’acqua
respira
ancora una volta
respira
ancora una volta
nudo.

e sembra per un attimo che lui ci pensi
alle parole di quella sirana
poi però no
poi torna melanconico
che così dice la didascalia
dice “uomo melanconico con sirena”
e le didascalie dicono la verità
e infatti uno mica può diventare “uomo felice” solo perché gli gira
mica è facile essere felici
ci vuol coraggio a esser felici
ci vuol determinazione
soprattutto se sei un uomo melanconico di un quadro
e in un quadro di munch ancor di più
che lì anche solo un refolo di pallida serenità
potrebbe sfrantumare i più studiati equilibri cromatici.


a me questo quadretto è piaciuto proprio molto, sembrava contenere una storia o mille.
volevo caricare una foto da internet ma non l’ho trovata: tante foto alle sirene di munch, ma neanche una alla sirena con gli occhi da rana.
per ricordarmi bene l’immagine ho però fatto un disegno a biro nera su una moleskine. magari carico quello.
o magari non carico niente, così immaginate e basta.

mercoledì 27 ottobre 2010

acquaticamente

è una settimana che ho nella testa tre polaroid mentali in movimento, tre cortometraggi. sono tre immagini che non mi so spiegare, ma che sento profondamente legate tra loro.
il senso non lo capisco ancora, ma forse, a raccontarle, lo troverò. 

nella prima c’è una folaga, una di quelle anatrine nere con la mascherina bianca, che si immerge nel canale davanti a casa mia e poi sotto l’acqua nuota e io dal ponte vedo dove va perché seguo come pollicino le bolle picolissime che salgono in superficie. ogni volta che si immerge io conto quanti secondi rimane sott’acqua: ventidue…quattordici…trentotto…quarantasette…

nell’altra c’è carla a undici anni, dodici forse,
solo il viso di carla ai bagni di saturnia, in una pozza,
solo il bianco intorno a quel viso rotondo
sotto l’acqua
gli occhi chiusi
sereni come non li ho mai visti
labbra carnose
i capelli neri di medusa sparsi
bollicine-perline sul naso peruviano
carla che sta sotto l’acqua e mi dice di contare
e rimane immobile un minuto e cinquantadue
io che mi spavento
che penso non respiri più
l’afferro per i capelli e la tiro fuori di colpo
carla che spalanca gli occhi e sputa
e mi chiede se sono diventata matta
spruzzi dappertutto, tosse,
no carla, è che credevo fossi morta
sono un’educatrice ansiosa, io.

poi nell’ultima scena ci sono io.
io che pedalo in bicicletta e sembro normale, come le altre persone, ma se mi guardi in controluce ti accorgi che sono tutta di acqua dentro, piena di pesci e di coralli e di alghe, tutta di acqua anche nella bocca e negli occhi.
vivo in immersione al contrario io, in immersione nel mondo di aria, fingo una vita tuttapposto, ma sto in apnea nel mondo di aria, che qui è tutto un fare finta, tutto un cercare di non pensare a quell’acqua che ho dentro, a quei pesci e a quei colori perché fa male.

io a volte mi chiedo
se alle papere manca mai il respiro
e se carla respirava meglio senza fiato nella pozza o sopra ai sassi bianchi di saturnia
io a volte ci penso e me lo chiedo
perchè per me la risposta non è così scontata
perchè a me l’aria mi manca
mi manca l'aria nell’aria
no, anzi,
a me mi manca l’acqua nell’aria,
tutti i giorni,
pur avendocela dentro.

venerdì 1 ottobre 2010

la sposa marina. seconda parte.


- questa è la storia, ascoltami bene.


lei è in un posto di mare che è tutto di sole a mezzogiorno
di cielo pulito e nuvole poche.
sta su un mirtillo grandissimo, che galleggia, per metà.
cosa ci fa un mirtillo gigante nell’acqua?
non lo so, sta lì. e lei sopra.
lei è una foca piccola
e sta su questo mirtillo a pancia in giù:
per forza, è una foca, le foche non stanno in piedi.
se fosse persona e stesse in piedi avrebbe paura
perché sotto è profondo,
da sopra si vede in profondità,
ché l’acqua è trasparente
e lei ha paura dell’acqua fonda, se la vede.
invece adesso è foca piccola e lunga
con gli occhi rotondi e neri
muso di cane
lei è tutta muso di cane
come solo le foche.

dammi un bacio di cane, dice
un bacio di cane sul muso,
ora.

poi lei entra nell’acqua piano
tutta di sprofondo come di inzuppo
va sotto solo un pochino
e poi ancora un po’.

lui da sopra il mirtillo
la guarda e la cerca
che non la vede bene e ha un po’ paura.
lei sotto l’acqua si toglie la pelle di foca
lei sotto la pelle di foca è uccellopesce
tutta di piume nere e coda doppia.
lei nuota
e lascia scie di pesciolini
bolle pesciolino.

lei dice:
se tu entri nell’acqua
-       no, non è fredda l’acqua -
se tu entri
e mangi i miei pesci
se tu entri
nella mia bocca
tutto di corpo minuscolo
dentro di me
prendi tutte le mie parole,
biglie di foglia verde.
io te le do tutte le mie parole
tutte in regalo a mani aperte te le do
ma poi tu lo sai che non puoi più andare via,

legato libero alla mia bocca
legato libero alle mie parole bottone
tu rimani in me
persempre
io rimango in te
persempre.


.

.
.


.

.
.
.


.

non lo sanno, loro
ma è già persempre.

persempre,
da quando si sono riconosciuti,
 nell’acqua.

persempre,
da quando si sono riconosciuti
di acqua.



persempre.


-       ti è piaciuta la storia?
-       insomma…
-       perché insomma?
-       perché mi hai raccontato cose del mare, cose che vedo sempre. pensavo che mi raccontassi del nido di pelliccia.
-       nel mare ci sono le parole vere, quelle per le storie perfette. per raccontare del mondo di sopra devo fare una capriola e raccontarti tutto con gli occhi delle ciglia. ma adesso non posso tornare su, lo sai: adesso devo stare qui ad aspettare.
-       sì, sì, ho capito. sai qual è la parte della storia che mi è piaciuta di più? quella del mirtillo. e sai perché? perché potevo immaginare. un mirtillo è un po’ come un nido di pelliccia, vero?
-       sì. uguale.
-       con le pinne o con le valve?
-       le valve, le valve.
-       bello, è proprio come me lo sono immaginato io…

giovedì 30 settembre 2010

la sposa marina

- ciao, che cosa sei? sei una pianta marina?
- no, sono una sposa dell’acqua. e tu cosa sei?
- io sono un pesce inventato. che cosa fai qui sotto? non è il tuo mondo, questo.
- come no? sì, invece. adesso è anche mio. è sempre stato mio.
- ma che ci fai qui? non ti ho mai vista.
- sono scivolata giù da un pattìno. l’acqua era tutta limpida e trasparente che si vedeva in profondità. mi avevano detto di stare sdraiata a pancia in giù a guardare, che se no mi venivano le vertigini, ma io non gli ho dato retta. ho perso qualcosa, l’ho vista scivolare nell’acqua, sul fondo, era una cosa che luccicava: mi sono sporta troppo per afferrarla e sono caduta in mare.
- e cos’era quella cosa?
- non me lo ricordo, però l’ho vista.
- e adesso?
- adesso boh.
- come “adesso boh”?
- eh, non mi ricordo più niente. sto aspettando, mi pare.
- ma aspettando cosa?
- non me lo ricordo.
- aspetti un pesce?
- boh, sì, forse.
- ma è tanto che aspetti?
- un po’. credo.
- ma se si sono dimenticati di te, che aspetti a fare?
- non si sono dimenticati.
- come fai a dirlo?
- lo so.
- e come fai a saperlo?
- lo so e basta.
- ma ti hanno detto che torneranno?
- più o meno.
- più o meno non è sì. e se più o meno ti hanno detto una bugia?
- quello che si dice nell’acqua non è mai una bugia. punto.
- va bene. ma questi che stai aspettando, che non ti ricordi neanche chi sono…li aspetti per fare cosa?
- io devo aspettare, questo me lo ricordo. io ho promesso che avrei aspettato. quando torni a casa e ti aspettano, mica ti aspettano per fare qualcosa, ti aspettano e basta. poi puoi anche andare via di nuovo. ecco, è così, più o meno.
- ah. posso aspettare con te? ti faccio compagnia?
- sì, sei gentile.
- …
- …
- …
- …
- io mi annoio.
- ti posso raccontare una storia, se vuoi.
- sì, dai.
- vedi il mio vestito bianco? è tutto fatto di paroline, tutte parole rotonde e bianche per la sposa di acqua. tu tiri un filo sottile e me lo metti in bocca e io lo mangio e tutta la storia ti racconto. poi, se ci viene sonno, andiamo su quell’anemone a dormire: dormo sempre lì, sembra di stare in un nido di pelliccia.
- cos’è una pelliccia?
- niente, lascia stare. te lo racconto nella prossima storia.



(continua. se mi ricordo)

lunedì 20 settembre 2010

dFAM 17 o di anna, della sposa bagnata, di noè e di altre cose d'acqua.


sono tornata in italia per andare ad un matrimonio. 
diciamo che, se dovessi stilare una lista delle motivazioni che mi spingono a intraprendere un viaggio, questa non rientrerebbe in classifica nemmeno per sbaglio, nemmeno se ci fosse una lotteria. 
ma quella che si sposava è un’amica speciale.
questa amica ha il nome più bello che io conosca: si chiama anna.
“anna” mi piace perché è nome di donna palindromo che vuol dire che lo puoi leggere in avanti e in indietro e il contenuto non cambia.
anna è onda che va e che viene, sempre identica a se stessa, rassicurante.
an-na. an-na.
anna per me è nome bianco d’amore di giglio.
anna non muta mai, anna è nome che non ti imbroglia, che non dice bugie.
questa anna (che per me è annetta) è un’amica speciale perché ha vissuto un po’ con me nella mia vecchia casina al quinto piano senza ascensore. abbiamo vissuto insieme qualche tempo in un momento in cui lei era molto stanca e aveva bisogno di lasciar riposare i pensieri. sembrava un uccellino spennacchiato, in quel periodo, sembrava dovesse sbriciolarsi da un momento all’altro. e invece.
invece anna si è rivelata quercia riuscendo a mantenere la delicatezza del giglio. anna ha una forza che non ti aspetteresti in quella donna minuscola dagli occhi sempre sorpresi. anna a me piace tanto e, sopra ogni cosa, di lei mi piacciono il sorriso e la risata che sembra tipo il verso del maiale quando lo stanno per fare secco e ha paura. detta così sembra una cosa brutta ma, visto che si tratta di una risata, in realtà è una cosa simpatica.
insomma, la mia amica dal nome candido e la risata da porco oggi si sposava e io sono andata al suo matrimonio.
ho scoperto che non è molto divertente andare da soli a un matrimonio se non conosci nessuno. puoi anche vestirti un po’ da combattimento, mettere in evidenza quello che di sodo ti resta nella speranza di rimorchiare qualcuno (ma chi poi? un altro disperato come te), ma devi comunque investire energie nell’impresa e io al momento non ne dispongo. 
ciò nonostante, a chiesa piena, eseguo un’accurata scansione della fauna presente realizzando, prima del termine della lettura del vangelo, che nessuno si salva: scartati per principio i parrocchietti del coro, rimane una cricca di anziani con deambulatore e/o protesi di varia natura. in alternativa, giovinetti veramente TROPPO giovinetti, giovinetti che sarebbero tali anche per la mia amica mirna a cui, si sa, piace la carne fresca.
congratulandomi con me stessa decido pure di rinunciare a provarci col parroco (o aiuto parroco, non so bene i gradi: quello dei giovani insomma) pur mancando un soggetto simile alla mia lista di amori destinati a esplodermi tra le mani.
“non osi l’uomo separare ciò che dio ha unito”: magoni, lacrimucce, glooo-rri-aaaa!!! glo-clap-clap-riiiiiiii-clap-aaa-clap-clap-clap!!! ( mai sentita una versione del gloria come questa: gli scout ci hanno il cattosound nel sangue, ammettiamolo).
ore 16.30, la messa è finita, andate in pace, nel nome di cristo, alleluuuuu-jaaa, alleeee-luuuuuu-jaaaaa. esco, mi fumo una sigaretta, poi un’altra, abbraccio la sposa che non è più un uccellino spennacchiato ma è cigno bellissimo e bianco, mi commuovo, realizzo che ho fatto bene a venire ma anche che le ore che seguiranno saranno un tormento.

fa freddo
pioviggina un preludio di tempesta
e io
sono
completamente
sola
a un matrimonio.

- “Meglio esseRRRe in due che uno solo, peRRRché due hanno un miglioRRR compenso nella fatica. Infatti, se vengono a cadeRRRe, l’uno RRRialza l’altro. Guai invece a chi è solo: se cade, non ha nessuno che lo RRRialzi. InoltRRRe, se due doRRRmono insieme, si possono RRRiscaldaRRRe, ma uno solo come fa a RRRiscaldaRRRsi?” Qoelet 4, 9-12.

non avrei mai pensato che quella RRR moscia potesse un giorno riempirmi di gioia.

- arrigo!
- così paRRRRebbe.
- sono contenta di vederti!
- l’altRRRa volta pensavi a come eliminaRRRmi.
- hai ragione.
- ci pensi ancoRRRa?
- meno spesso di prima.
- mh. ti sono mancato?
- meno di quanto desidereresti.
- mh. ma adesso sei un po’ contenta che sono qui?
- molto più di quanto puoi immaginare. 
- io non immagino niente, sono gi altri a immaginare per me.
- giusto, dimenticavo. senti, io qui mi sono già rotta, ho una fame bestiale e sta per arrivare il diluvio universale: leviamo le tende?
- “Ecco, io sto per faRRR veniRRRe il diluvio delle acque sulla teRRRRa, per distRRRuggeRRRe sotto il cielo ogni esseRRRe in cui è alito di vita; tutto quello che è sulla teRRRRa peRRRiRRRà. Ma io stabiliRRRò il mio patto con te; tu entRRRerai nell'aRRRca: tu e i tuoi figli, tua moglie e le mogli dei tuoi figli con te. Di tutto ciò che vive, di ogni esseRRRe vivente, fanne entRRRaRRRe nell'aRRRca due di ogni specie, peRRR conseRRRvarli in vita con te; e siano maschio e femmina. Degli uccelli secondo le loRRRo specie, del bestiame secondo le sue specie e di tutti i RRRettili della teRRRRa secondo le loro specie, due di ogni specie veRRRRanno a te, peRRRché tu li conseRRRvi in vita. Tu pRRRenditi ogni soRRRta di cibo che si mangia e fattene pRRRovvista, peRRRché seRRRva di nutRRRimento a te e a loRRRo”.
-  ecco, perfetto, è scritto pure nella bibbia, vedi? prima che, affamata, io muoia per uno shock anafilattico da coppia felice, direi di fermarci a prendere qualcosa al chiosco all’angolo e sparire. ti va?
-  sì. poi posso RRRaccontaRRRti dell’apocalisse?
-  direi che sarebbe più in linea col mio umore, sì.
ci allontaniamo rapidi, breve sosta dal paninaro all’incrocio poi subito in macchina con sacchetti pesanti e odorosi di salamelle. attacco il satellitare e  al primo incrocio inizio a imprecare contro la tomtomtroia, la voce irritante che mi indica strade che io puntualmente ignoro convinta di avere un senso dell’orientamento migliore del suo. continuando a ignorare la troia tomtom, ci ritroviamo tra i campi in zona gratosoglio. io non so in che zona di milano sia il gratosoglio, so solo che è lontanissimo da casa mia. e da oggi so anche che, se mi ritrovo lì, non so come ritornarci, a casa.
sono completamente spersa, ho strappato la troia dal vetro dieci chilometri fa e non vedo più la strada a causa della pioggia. prima di sbroccare completamente accosto, abbasso il sedile e chiudo gli occhi.
penso ad anna, bellissima sposa sotto la pioggia fine.
penso a me sola al matrimonio. io non soffro la solitudine, sono una persona socievole che attacca bottone anche coi sassi, ma mi piace stare da sola. eppure questa volta, essere lì, in quell’occasione così speciale, da sola, mi ha fatto sentire veramente sola. sola spaiata, ecco.
- è bello il RRRumoRRRe della pioggia, veRRRo?
- è bellissimo, sì.
il cielo si è finalmente spaccato e sta sfogando l’ultimo temporale estivo. goccioloni grassi rimbalzano sul tetto della macchina e sulla carrozzeria. dai vetri non si vede nulla, sembra di stare sotto una cascata, sembra di stare sotto il mare. richiudo gli occhi.
penso ad anna, che si è sposata con il suo collega tanto carino che le portava l’acqua in casa, su al quinto piano senza ascensore. io glielo dicevo ad anna che secondo me era innamorato di lei, che solo uno innamorato di te, o l’omino che consegna la levissima col camion, ti porta su le casse d’acqua al quinto piano. ma lei niente, non ci credeva.
penso al nome anna, che per me è magico, che per me è tante cose tutte di amore e sincerità, ché anna è un nome sincero e quando chiami le cose con quel nome le rendi pure.
penso a tutta quest’acqua, che se non smette di cadere facciamo la fine di noè e mi immagino con arrigo a galleggiare a bordo della matiz di mia madre.
penso a …
-“tu prenditi ogni sorta di cibo che si mangia e fattene provvista, perché serva di nutrimento a te e a loro” .“a LORO”, cocca, non “a lui”, l’ha detto il nano qui davanti. L O R O: plurale, ciccia, due. fuori la sarsizza, che non si pensi di escludermi. e guai a chi sparpaglia briciole in giro: odio leccare i tappetini sintetici.

non apro gli occhi: so già.
in un odore di salamella alla griglia, alle cinque e mezza di domenica, tre giorni prima del mio rientro al lavoro, le mie vacanze hanno fine.
fuori, solo pioggia. e il gratosoglio, che non so neanche dov’è, ma è lontano.

venerdì 10 settembre 2010

rosso di-vino


oggi cercavo un vestito per andare a un matrimonio.
per gioco, in un grande magazzino, me ne sono provata uno da femmina che mai prima d’ora. era uno dei miei sogni da tantissimo tempo fare questa cosa,  provare dei vestiti di quelli che hai sempre visto solo nei film o in tv quando consegnano gli oscar.
era tutto rosso, lunghissimo, tutto che ondeggiava e nascondeva anche i piedi coi calzini a righe.
a entrarci, è stato come tuffarsi a candela nella panna montata o in piscina o nell’impasto per le meringhe. faceva un rumore soffice e silenzioso insieme, come  immergersi nell’acqua, ma anche in una palla di bambagia, credo.
ad averlo addosso mi sono sentita bella, anzi no, bellissima, mi sono sentita un pesciolino.
costava troppo e non l’ho comprato. non ho nemmeno un armadio in cui riporlo. e nemmeno il ferro da stiro, a dir la verità. né l’asse per stirare. ma insomma. il fatto è che non avrei occasioni per usarlo.
un mio amico, poco dopo, mi ha detto che avrei dovuto acquistarlo,  che lui, con un vestito così, ci uscirebbe anche a far la spesa (cioè, non penso dicesse letteralmente, credo volesse dire che se fosse una donna, con un vestito così, ecc ecc. almeno, credo. non mi sembra tipo da travestirsi, ma non si sa mai).
comunque io ci ho pensato e in effetti pure io vorrei uscirci, con quel vestito, e farci cose normali. tipo andare al supermercato o in bicicletta, pur sapendo che sarebbe impossibile anche solo salirci, ma a pensarci sarebbe un’immagine splendida, quella bolla di rosso sulla mia bici nera.
mi piacerebbe anche andare a dar da mangiare alle oche, tantissime e bianche, che ci sono sul canale.
ma sopra ogni cosa mi piacerebbe andare al parco, col sole o con la pioggia (ma meglio senza pioggia) e camminarci scalza e poi sdraiarmi, con tutto questo vestitopesce, e addormentarmi per un po’ e sognare di animali marini e di alghe e di parole collanine e di storie che si fanno negli abissi e di tutte queste cosine qui che piacciono a me.

mi sa che il mio amico ci ha ragione. 
mi sa che ci devo ripensare a questo vestito da femmina, a questo vestito da pescerosso. 
sì, mi sa che ci ho già ripensato :)

sabato 4 settembre 2010

sorprese

prima di andare in vacanza, con un pennarellone bianco ho disegnato dei pesciolini  e delle alghe sul vetro della finestra di casa mia, quella che dà sul giardinetto interno. adesso, mentre mangiavo un piatto di risotto, il sole filtrava da dietro gli alberi e illuminava la stanza, proiettando la sagoma di tutti i pescetti, di tutte le foglie e di tutte le piante acquatiche sul tavolo, creando un sorprendente effetto sottomarino in cui tutto era in movimento.
io, quando ho fatto quella cosa lì di disegnare i pesci, mica ci avevo pensato che sarebbe potuta venir fuori una cosa così bella.

cose di sbaglio

io ero pesce piccolo e rosso
pesce di luna park
pesciolino da poco.
io mi credevo pesce lanterna
spalancavo gli occhi di luce
credevo di far giorno nell'abisso.
io mi devo dimenticare questa cosa di sbaglio
io devo tornare a fare il mio lavoro di pesciolino
che i pesci lanterna sono altra cosa.
io devo mangiare le briciole sulla superficie
e far divertire i bambini che guardano nella fontana.
io non so più bene che pesce sono
forse solo un pesce fuor d'acqua
e io senza l'acqua ci muoio
io, senz'acqua,
m'affogo.

venerdì 3 settembre 2010

dove abiti? in via dell'ambaradam

mi ero dimenticata, ma una cosa da raccontare ce l’ho. quando sono andata in italia, sono atterrata a roma fiumicino e poi ho preso il pullman - o pulma come dicono le mie amiche- per andare a perugia. sul pulma facevo dei disegnini in una moleskine e scrivevo quello che vedevo per non dimenticarmelo, visto che io a roma ci sono stata appena una volta in manifestazione e all’epoca avevo fatto solo un rapido giro da turista giappo, di quelli dove corri corri e scatti foto ma alla fine non hai visto niente.
insomma,  stavolta ero sorpresa perché non sapevo che avrei attraversato la città col pulma e invece sì.
roma quando la vedi è proprio come l’hai studiata nei sussidiari alle elementari prima e nei libri di storia poi. è tutta acquedotti di mattoncini e palazzi un po’ giallini e un po’ rosini e archi. è tutta enorme, roma, proprio immensa, che se guardi le persone dal pulma, sembrano ancor più piccole del normale, accanto a ‘ste cattedrali e chiese e monumenti storici. è tutto tanto, è tutto troppo. no, non troppo. solo tanto.
insomma, io dal pulma ho scoperto che a roma esiste una via che si chiama via dell’amba aradam. sono sicura, me lo sono segnato sulla moleskine, ero vicino a san giovanni in laterano dove c’erano due suorine vestite di verde, possono testimoniare. una volta arrivata a casa ho cercato su wikipedia che diamine fosse l’amba aradam perché mica si intitolano le vie ai modi di dire, mica esiste, per esempio, una via del patatrac o una via del tran tran quotidiano. insomma, io ho cercato su wikipedia e ho scoperto che amba aradam è un posto in etiopia., un posto che esiste. io ho quindi deciso che almeno una volta nella vita voglio vivere in una casa in via dell’amba aradam, solo per il gusto di dirlo, perché secondo me sarebbe bellissimo poter dire “vivo in via dell’ambararadam” (io lo direi tutto attaccato e nessuno se ne accorgerebbe, sono sicura). solo che poi ho cercato in google maps e quella via esiste solo a roma. io non so se ci vivrei a roma. è bella e tanta ma non ha il porto. a me piacciono le città col porto. o con tanta acqua. io per star bene ho bisogno di acqua, l’ho capito. le mie amiche di perugia vorrebbero che mi trasferissi da loro. ma io come faccio a trasferirmi là se in quella città non c’è né l’acqua né via dell’amba aradam? 

ci devo pensare un pochino.

giovedì 29 luglio 2010

magia piccola per dormire

a volte mi capita che qualche mio amico mi chiami e mi dica: sara, ti prego, fammi dormire. sara, per favore, raccontami qualcosa, raccontami una storia.

io, quando mi dicono così, mi agito un po’. sì, beh, chi mi conosce sa che io mi agito sempre per tutto: suonano alla porta, mi agito; esce una comanda, mi agito; devono arrivare degli amici per cena? mi agito; piove? mi agito; c’è il sole? mi agito. non importa il perché, normalmente sono situazioni che non dovrebbero implicare strss, ma io mi agito comunque, sempre, sono agitevole di natura, non ci posso fare nulla, credo, ho preso dalla mia mamma.

quando gli amici mi chiedono di raccontar loro una storia mi agito perché credo sempre di non sapere cosa raccontare. in una situazione normale rifiuterei, invece in quei casi penso a quanto devono essere grandi e profonde la stanchezza, la fatica, la tristezza e il bisogno di coccole, perché degli adulti grandi e vaccinati si riducano, magari nel cuore della notte, a mandare sms o a fare chiamate internazionali al cellulare per chiedere come bambini una storia per poter dormire.

io li penso grandi ma piccoli, piccoli che cercano riposo e pace, e allora chiudo gli occhi di pelle e apro quelli della mente, dentro.

e lì vedo tutti i mondi di pesci e di animali, tutti mondi di luce e di buio, di conchiglie profonde come caverne e di praterie tutte di secchezza viste dall’alto, da sopra un’oca, un airone, una cicogna. vedo che sono tutta di acqua e faccio rumore della pioggia e prendo gli amici e li porto con me. dico all’ amico: vieni, vieni a sentire il rumore della pioggia.

io sono tutta di pioggia, tutto rumore di pioggia, fresco. lui di solito dice: sì ti seguo, e io divento gigantissima tutta di pioggia. lui entra dentro di me piccolo, come in una cascata. dentro è pieno di donne tutte nude come in un hammam, tutte calde e bagnate. lo prendono e lo immergono in una vasca di acqua calda e lo strigliano. poi da lì sprofonda giù nel mare. sempre nel mare si finisce e lì, o si muore, o si dorme. io chiamo tutti i pesci piccoli che fanno i cerchi, chiamo tutti capodogli a fare una danza, chiamo i pesci con la faccia brutta e quelli coi colori più accesi. tutti li chiamo e loro arrivano, sempre, mai mi lasciano sola. arrivano intorno a me e io con loro faccio tutta una culla di pesci, pesci che ti cantano la ninna nanna, pesci che ti proteggono e tu non hai più pensieri e ansie e fatiche, che io tutte le metto in un forziere in fondo all’abisso e poi lo chiudo e mangio la chiave. tu rimani tutto coccolato dai pesci, tu non devi pensare a niente ché sotto l’acqua puoi respirare tranquillo e io ti faccio dormire lungo e profondo.

sempre nel mare si finisce e lì, o si muore, o si dorme.

io sempre ti faccio dormire, ma lì sotto, io un po’ ci muoio, ma poco.


sabato 10 luglio 2010

magia piccolissima di insetti


sto in una bolla d’acqua e sento solo wooooooo.
sono lontana da tutto e da tutti, sono nel mio bosco sotto il mare.
lì, sono me selvatica, sono io da sola, e non mi può succedere nulla di male: ci sono solo gli animalini che vengono, che tornano a proteggermi.
animalini piccoli, insetti, a migliaia. bruchi verdi e ragni e scarafaggi. niente è di schifo, è tutta una cosa di protezione. mi fanno un nido di filo e di bava lanosa, mi fanno tutta legata morbida e stretta che non devo temere niente. io sto sdraiata e galleggio sott’acqua e loro mi entrano nelle orecchie e negli occhi e nel naso e nella bocca e tutta mi aggiustano coi loro fili di seta e di colla. sento tutte le zampine che mi carezzano dentro, è tutta una cura di amore infinito e piccolissimo moltiplicato per migliaia di esserini.
io devo solo stare ferma e lasciare che facciano tutto loro.
io devo solo ricordarmi di non smettere di respirare, mai.

giovedì 1 luglio 2010

come morta

immersa nel presente
(un minuto presente
gocciolato goccia a goccia)
galleggio come morta
- come morta, come -
e ingollo acqua dalle orecchie.
è l'acqua che mi salva a me
che mi ammazza e che mi salva.
io nell'acqua faccio parole girini
parole come sassolini.
io nell'acqua sgravido segni
e nel perpetuo andare
nell'immobile muoversi dell'onda
io m'insabbio e m'impietrisco,
muta.

e, come morta
- come morta, come -
vivo.

venerdì 25 giugno 2010

acquauqca

io ho paura del mare. quella di morire annegata è una delle mie paure più grandi. non nuoto bene, perciò l'acqua alta, anche in piscina, mi spaventa. io rimango sempre nel "dove si tocca".
però nell'oltre, in quel là dove non si tocca, là dove tutto si fa sprofondo e urlo soffocato, io mi ci tuffo ossessivamente. mi ci tuffo nei miei pensieri di immaginazione, di continuo; io devo andare lì sotto, io devo provare quello svenimento, quel dolce morire che solo lì sotto.

sono di acqua che all'acqua ritorna.
là sotto, nel nero profondissimo e solido, io m'impiombo e
apro la bocca e
tutte le parole si fanno
nell'acqua
le mie parole germogliano
come ninfee
come alghe
ma più resistenti.
io nell'acqua m'immenso
e di luce mi glorifico
enorme batrace
microscopico gamberetto
nell'acqua m'immergo
m'annego
mi svengo
e come minuscole uova di pesce
le mie parole
s'involgono
s'incatenano
mi vincono
mi salvano.