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domenica 24 marzo 2013

se tu apri la bocca poco




se tu apri la bocca poco
come a farci entrare
un bacio piccolo di lingua
io ci infilo dentro
tutti i pesci minuscoli del mare
tutti i pesci dagli occhi di biglia spalancati.

se tu apri la bocca poco
io ci soffio dentro
tutte le luci sottili
a rischiarare gli abissi
sotto la tua pelle.

apri la bocca piano
apri la bocca nello zitto profondo
succhia
tutto il silenzio
degli animali minuscoli
dei movimenti piccini.

apri la bocca poco
aprila piano, aprila
nel nero dell’acqua
poco

apri la bocca piano
aprila
poco poco
aprila.




(avere dentro tutti i pesci del mondo di mare
non è cosa di schifo
o di viscido
è cosa di sentirsi senza un confine
è cosa che poi ti puoi addormentare).











Il capolavoro qui sopra è, ancora una volta, di Fabio Visintin che ha deciso di dare forma e colore alle mie parole. A mio parere, questo è un lavoro perfetto, che si combina armoniosamente col mio testo, ma lui sostiene che non sia ancora "completamente a fuoco" e che si tratti solo "passi di avvicinamento": prepariamoci alla meraviglia, a quanto pare non sono sola nel mio perfezionismo.



lunedì 8 novembre 2010

la sposa marina. terza parte.

io vedo solo lei che sta lì sul fondo del mare, sempre nello stesso punto.
sta lì ma non c’è più.
solo, i suo occhi rimangono aperti, come sospesi tra due mani a coppa.
e il suo vestito, bianco di fili di paroline, afflosciato tra i sassi.

poi.

dice il pesce inventato:
- ma dove sei finita? non ci sei più?
- ci sono, ci sono…
- ma sei diventata come il pesce-sabbia, non ti si vede…come fanno a trovarti così? si perderanno...

e la sposa marina non risponde


ma

l  e  n  t  a  m  e  n  t  e

gli occhi diventano due fari, grandissimi e luminosi
e il vestito di parole perline una luna, un sorriso
poi tutta la sabbia sale
diventa scoglio
si fa la sposa marina donna scoglio
donna scoglio o montagna
immensa e smisurata.
tutto intorno il mare
tutto l’oceano.
continua a crescere questa sposa marina
diventa grandissima che tutto trema
sdraiata
le gambe piegate e divaricate
la testa all’indietro
di pietra
tutta che esce dalle sabbie
e dal mare
che tutta l’acqua si ritira
l’acqua tutta le scivola addosso e 
  

                  c
              

                          
a
           



                                 
                          d


e

dalla bocca
dagli occhi
tra i seni
sulla pancia




c
     



       a



d
                                                                 


                                         
               e




come fiume
come ruscello




s






     
 c 





                e







n                              





d                          









e



e tutte le paroline si tira dietro
che deve la sposa sfamare gli assetati.

l’acqua le rotola addosso grassa
fino in mezzo alle gambe
dove tutto si apre

c a l m o

in un porto rotondo
di pesci gialli 
e 
di uccelli rosa

c a l m o
.






ecco, dice la sposa,
qui per forza si deve arrivare
qui sempre arriva l’acqua.
non ci si può perdere,
non si possono perdere.

basta seguire l’acqua.
basta seguire le paroline.

sabato 6 novembre 2010

memorie grafiche di una testa smemorata

mi tornano in mente alcuni quadri che ho visto alla mostra di munch, a rotterdam.
una mia amica dice che per lei munch è catartico, così come lo è stato un mio racconto che ha letto tanto tempo fa. dice che le sue ferite -quelle della mia amica intendo- attraverso la visione di quelle immagini o la lettura delle mie parole, "spurgano". un po' come quando metti l'acqua ossigenata su un ginocchio sbucciato ed escono tutta la sabbia e il sangue. la mia amica dice che dopo si sente meglio, anche se brucia.

io non so come mi sento ripensando a quei quadri. sento che li ho dentro, che c'è qualcosa di quei quadri che è dentro di me.

il buio.
una strada persa.
una vena di inconfessabile (e terrorizzante) follia. vera.

alla mostra alcune opere mi hanno colpito più di altre.
ma la mia memoria pare aver raggiunto un livello di autonomia più elevato del mio e decide lei cosa registrare e quando. quindi magari io in quel momento sono convinta che quel volto lì, ad esempio, con quegli occhi verdi sporgenti, non lo dimenticherò mai, ma non è così.
se alla mia memoria gira, io me lo sono già dimenticato il giorno dopo.
e allora io lo disegno, così la mia memoria la frego.
non faccio dei bei disegni, ma non è quello lo scopo del mio segnare sulla carta: lo scopo è ricordare.
anche con le parole è così: ricordare, lasciare una traccia per non perdersi, per non perdersi del tutto.

ho deciso di caricare tre schizzi che ho fatto alla mostra. l'ultimo è quello da cui è nato il racconto della sirena. l'ho messo per ultimo così se volete tenervi il disegno che vi siete fatti nella testa non vi rovino nulla.
ah: quel disegno è molto brutto. ma non sono io che l'ho disegnato brutto, anzi, posso dire di aver fatto davvero una buona copia. era proprio brutto in sè. però era molto intenso, davvero.



Madonna -1896- litografia

martedì 2 novembre 2010

sandwoman (seconda parte)

- uh! che buio! non si può accendere la luce?
- aspetta, aspetta…adesso segui la mia voce…poi la luce arriva.
- sì, ma tu parla eh, che non voglio mica perdermi!
- non ti preoccupare, siamo quasi arrivati. vedi che si fa già più chiaro?
- uh…sì!
- …
- ehi, ma…ma…

e dentro l’orecchio, dopo uno stretto passaggio che neanche a venezia, tutto si fa spazio illuminato soffice. c’è una luce diffusa, morbida e gialla sospesa, una luce a grappolo, che sembra provenire da diversi punti. è come luce di lanterne appesa al didietro di centinaia di lucciole che fluttuano vicine e piuttosto compatte. apposta non dico “sembra luce di lucciola” perché la lucciola ha una luce fredda, come un neon, invece questa è luce di camino, calda.
intorno alla luce non si vede nulla, non si vedono i confini di questo spazio, solo si sfuma gradatamente nel nero questa luce di lucciole-lanterna.
- siamo arrivati? sono un po’ stanca di camminare.
- arrivati? non si arriva mai…però sì, diciamo di sì. guarda!
- eh, vedo. ma c’è solo luce…
- no, devi guardare meglio, non vedere: guardare.
- uhm…
e ‘sto pagurino nudo ha ragione, che a spremersi gli occhi in effetti qualcosa si scorge: intorno, quel niente che vedevo non è niente, quel niente sono montagne, no anzi, dune, no anzi, sono…che cosa sono ?

sono
piante altissime e sottili
tutte scure fino al cielo
che in cima si curvano e fanno una culla al contrario.
sono
medaglie impilate come soldini
e
piccoli teschi a palla ammucchiati
e
insetti
con mille gambe e antenne
e
fruscii di foglie
e poi
lingue e occhi
a galleggiare anche loro
tutti in mucchi separati
come di biancheria
come tante stanze sul corridoio.


e io dico
- dov’è, qui?
- qui è dove tu senti, sono le parole che senti e ti entrano dentro, tutti i giorni, da sempre, da quando ancora stavi nella pancia.
- …lì?
lì è acqua e rumori di animale madre. lì era la mia pancia.
il paguro annuisce sorridendo.

poi ritorno a questi occhi, questi occhi che non so cosa sono e poi lo so, di colpo lo so. sono le parole non dette, le parole degli sguardi, le parole che si avevano in gola e sono uscite solo sulla faccia, mute.
come l’altro giorno sono uscite dagli occhi della mamma e dal papà di monica, la ragazzina con gli occhi ad oblò che lavora con me. loro non ti parlano con la bocca, loro ti parlano con gli occhi. niente mi hanno detto, niente mi ha detto lui con quegli occhi di animale di bosco che sfugge, niente mi ha detto lei con quegli occhi di fiera, niente mi hanno detto ma io ho sentito tutto. anche se non avete avuto il coraggio di chiederlo perché vi sembrava cosa impropria, io l’ho sentito uguale e sì, non la lascio da sola la vostra bambina, ci guardo sempre con occhio un po’ di zia, anche se è grande.
sono parole mute, sono schiaffi, mani che ti stringono il volto prima di un bacio bagnato, quegli occhi nell'orecchio, sono parole di niente.
di niente come quel niente che mi ha detto stefano quando se ne è andato, che niente mi ha detto perché io non c’ero, io non ci sono voluta essere quando era malato. e però lui tutto mi ha detto coi suoi occhi prima di andarsene per sempre e quegli occhi ancora dentro adesso mi parlano e ridono e mi danno un perdono che io non so darmi.
alcuni occhi parlano più della voce, parlano sincero e tu sai tutto dagli occhi. gli occhi dopo ti entrano nelle orecchie perché dentro quelle due biglie sta la verità e a volte è verità di buio che la lingua ha paura a dire, a volte è verità di amore troppo doloroso a cantarsi o di addio afono, senza suono.
tutte le parole-occhi mi stanno nell’orecchio e tutte le riconosco, pure.
stanno davanti a me e mi guardano come in un abbraccio, antico e doloroso.
tutto è pieno di parole intorno a me, tutto è pieno di parole dentro di me.
- e le bugie? le bugie dove sono? chiedo al paguro.
l’animalino si gira e mostra un pugnetto di conchiglie bianche sbriciolate.
- tutto qui?
- tutto qui.
ma io lo sapevo già: solo, volevo vedere.
cammino ancora un poco e mi trovo davanti un cesto gigante di parole-lingua. sono le parole che ti scorrono dentro e ti spogliano tutta e tu quando le senti perdi la spina dorsale e ti afflosci, perdi respiro, posizione eretta, raziocinio tutto. quelle parole d’amore ti segnano la pelle, da dentro te la segnano, rimangono come cicatrici, a memoria, e tu passandoci le labbra sopra, sfiorandole appena con le ciglia, le puoi far risuonare tutte in una musica a cascata.
io guardo le mie parole-lingua e sono tante, tutte d’amore vero e pulito e fortunato.
mi viene tutto d’un tratto sonno, da non tenere più gli occhi aperti.
- scusa…ho bisogno di riposare, sono molto stanca. mi stendo un po’ qui, su queste piccole lingue…su questi piccoli baci.

mi sveglio, davanti al computer, la schiena a pezzi. 
ho fatto un sogno strano…c’era un animale, tipo una vongola…
ah, che stanchezza! oggi al lavoro ho  preparato centinaia di ravioli a mano e quando sono rincasata non mi sono neanche fatta la doccia da tanto ero distrutta. ho semola ovunque, perfino nelle orecchie.
ma mi lavo domani, adesso ho troppo sonno.

lunedì 1 novembre 2010

sandwoman

me ne sto da ore annoiata davanti al computer: mail, blog, facebook, ancora mail…
mi prude un orecchio, sento come se ci fosse qualcosa dentro. il fastidio è tale per cui ci infilo un dito, non riesco a evitarlo. in effetti è proprio così: ho un orecchio pieno di sabbia. non capisco. chiedo agli amici di faccialibro di illuminarmi: come è possibile che io abbia della sabbia nelle orecchie?
pochi secondi e in molti si sbizzarriscono: “sei una fata del mare” (cozze si chiamano, no fate: cozze), “sei una sirena” (magari!), “sarai andata in fondo al mare mentre dormivi” (suggestivo) “è colpa del vento”(razionale)…ecc. ecc.
intanto io continuo a tirare fuori sabbia, ormai se n’è accumulata una certa quantità, sarà almeno un cucchiaio da minestra.
inizio a essere un po’ preoccupata.
poi sento uscire dall’orecchio qualcosa di grosso.
vedo con la coda dell’occhio una cosa piena di zampe e d’istinto grido e mi raggomitolo sulla sedia.
- emmammmia! mai visto un paguro?
- un cosa?
- un paguro. sono un paguro, non si vede? ah, sì, certo! non mi riconosci perché sono senza conchiglia…ma non ho avuto tempo di vestirmi…vorrei vedere te, se ti buttassero fuori casa mentre stai facendo le pulizie!
- macheccazz…?!

allora. io non ho la più pallida idea di come sia fatto un paguro, non l’ho mai visto un paguro io, o forse sì, nella sirenetta mi sembra che ci sia un paguro, o almeno credo, non l’ho mica visto tutto quel cartone, non mi piacevano i disegni.
a me, se mi dici paguro, viene in mente un libro sugli animali che ho letto alle elementari, in quarta, mi pare. mi ricordo che la maestra ardelia ci faceva leggere un libro al mese e poi ci faceva fare un disegno su quello che avevamo letto. la classe, per alzata di mano, votava i disegni più belli da appendere su un cartellone e i miei venivano scelti sempre perché allora ero abbastanza brava a disegnare. mi ricordo però di quella volta che ho letto ‘sto libro sugli animali e mi sono ridotta la sera prima della consegna a fare 
‘sto fottutissimo disegno.
a tempera.
su un foglio A3.
ovvero:


la

morte

nello




s          p          a          z          i          o



I            N            F            I            N            I            T            O




mia madre, pennello alla mano, smadonnava (no, non è vero: mia madre al massimo sbuffa). io, dopo  la prima ora passata al tavolo tipo alfieri, ero talmente in preda all’ansia di non riuscire a portare a termine la consegna, che riuscivo solo a saltellare in cucina tirandomi nervosamente i riccioli (con mia madre che intanto continuava a dipingere al posto mio).
non so per quale misteriosa ragione io avessi deciso di disegnare il paguro.
me lo ricordo distintamente quel disegno. me lo ricordo benissimo per due motivi: primo perché il risultato finale fu, per così dire, originale. e secondo perché mi causò una grandissima umiliazione. ma procediamo con ordine.
io dovevo aver letto che il paguro, quando cresce, si cerca una casa più consona alle sue dimensioni e la storia doveva avermi affascinato. però forse non mi era chiaro il meccanismo o forse avevo confuso il paguro con qualche altro animale descritto nel libro perché io ho poi disegnato, con abbondanza di dettagli, un animale con testa e zampe arancioni (e fin qui può starci), di forma cilindrica, completamente coperto di piccole conchiglie, alghe, coralli, sassi…una sorta di kebab di pattumiera con una specie di gambero che usciva da una delle due estremità. in poche parole: faceva schifo, non sembrava niente. non: “non sembrava un animale”, no, non sembrava niente, non si poteva paragonare a nulla di conosciuto perché allora i kebab manco esistevano a milano, nemmeno in via padova, per quanto strano possa sembrare.
eppure i miei compagni votarono quel disegno. e qui si svela l’altro motivo per cui mi ricordo del paguro. la maestra disse che quel risultato non si spiegava e invitava i miei compagni a votare nuovamente, perché non erano obbligati a scegliere il mio lavoro solo perché solitamente disegnavo bene: se lei avesse potuto votare, non avrebbe scelto il mio disegno perché, semplicemente, era brutto. quindi, in un colpo, la maestra ardelia mi demoliva pubblicamente come disegnatrice, mi privava del suo affetto (questo era quello che ne evincevo io) e per di più insinuava qualcosa che non capivo, tipo che io avessi fatto pressione sui compagni affinché mi votassero. a pensarci adesso, provo ancora un senso di nausea (ma quello forse sono i due etti di lokumi al pistacchio che mi sono scofanata davanti al computer…)
insomma, a me, i paguri mi stan sul cazzo. e questo non fa eccezione.

- scusa ma cosa ci facevi nel mio orecchio?
- beh, cercavo casa e ci sono entrato. è comodo sai?
- ma quando ci sei entrato? (dio, sto parlando con un paguro…)
- quando dormivi!
- quando dormivo?! (...“sarai andata in fondo al mare mentre dormivi”...)
- sì, quando dormivi. senti ma...dov’è finito il mare?
- il mare?
- eh, sì, il mare. di solito c’è tutto il mare intorno.
- ma di solito quando?!?
- di solito sempre. cioè, adesso è...è strano. e  poi adesso tu parli. di solito dormi, nel mare.
- …
- …
- quindi mi sei entrato nell’orecchio quando stavo sott’acqua…a cercare le paroline?
- sì.
- ah.
- ma non è buio? non è sporco? dentro l’orecchio, dico…
- no…cioè sì. un po’ buio lo è, ma non dappertutto. e poi è caldino. vuoi vedere?
- ?
- vieni, ti invito a casa mia!
- nel mio orecchio?
- sì. vuoi?
- va bene, vengo. ma...cosa devo fare per entrare?
- niente, basta che ti togli le scarpe: ho appena pulito il pavimento, era pieno di sabbia.

(
continua. se mi va)

venerdì 29 ottobre 2010

melancholische man en zeemeermin

c’era un quadretto, oggi, alla mostra su munch, un quadro piccolo che non sembrava tanto importante.
era un disegno, quattro righe buttate lì, un po’ coi pastelli, un po’ con l’inchiostro.
questo quadretto era grande quanto una foto formato standard, 11x15 circa, e raffigurava un uomo un po’ curvo, seduto su un sasso sulla riva del mare.
l’uomo si teneva la testa tra le mani.
di fronte a lui, sulla destra del foglio, stava fuori dall’acqua una sirena sdraiata a pancia in giù.  l’uomo era malinconico, lo diceva la didascalia, ma anche senza leggere la scritta lo avresti capito ugualmente, che se ci hanno messo prezzemolo e non quel signore lì a fare da testimonial di gardaland una ragione ci sarà.
il fondo del quadro era giallino, tipo carta del salumiere di una volta.
pochi tratti di verde e di azzurro per tracciare la profondità: un viale di alberi sulla sinistra, forse cipressi, una chiesetta sullo sfondo, tra le colline.
poi lì, in primo piano, queste due figurine, appena abbozzate, essenziali.
lui sta seduto, tutto di roccia, di giacca nera e capelli neri e pantaoloni neri e scarpe nere e con la mano si sorregge la testa, pensieroso.
lei lo guarda con un occhio troppo rotondo, sembra un occhio di rana o un occhio sbagliato, il naso sproporzionato, i capelli bagnati, collosi, di alghe.
lei lo guarda e aspetta
aspetta che tutta quella malinconia gli passi
ma non sa che dire
lo guarda e fa andare la coda nell’acqua
tutti cerchi blu scuro si fanno intorno alla sua coda di sirena
lei prova a distrarlo coi giochi di donnapesce
ma non serve a niente
è tutta una macchia nera
come che si fosse rovesciata la moka sul foglio e non si può più pulire
però lei guarda
e aspetta
e gli dice con la voce muta di sirena

tutto passa, uomo malinconico,
ma tu non abbassare la testa
tienila su,
guardami negli occhi,
guarda davanti a te,
guarda il mare
basta guardare i sassi,
ormai li hai contati tutti
guarda il mare
il mare
torna nel mare che ti fa leggero
e lascia il cappotto nero qui sulla riva
respira
respira, uomo malinconico
respira
poi se vuoi dopo te lo rimetti, il cappotto
ma adesso respira
respira nell’acqua
respira
ancora una volta
respira
ancora una volta
nudo.

e sembra per un attimo che lui ci pensi
alle parole di quella sirana
poi però no
poi torna melanconico
che così dice la didascalia
dice “uomo melanconico con sirena”
e le didascalie dicono la verità
e infatti uno mica può diventare “uomo felice” solo perché gli gira
mica è facile essere felici
ci vuol coraggio a esser felici
ci vuol determinazione
soprattutto se sei un uomo melanconico di un quadro
e in un quadro di munch ancor di più
che lì anche solo un refolo di pallida serenità
potrebbe sfrantumare i più studiati equilibri cromatici.


a me questo quadretto è piaciuto proprio molto, sembrava contenere una storia o mille.
volevo caricare una foto da internet ma non l’ho trovata: tante foto alle sirene di munch, ma neanche una alla sirena con gli occhi da rana.
per ricordarmi bene l’immagine ho però fatto un disegno a biro nera su una moleskine. magari carico quello.
o magari non carico niente, così immaginate e basta.

venerdì 1 ottobre 2010

la sposa marina. seconda parte.


- questa è la storia, ascoltami bene.


lei è in un posto di mare che è tutto di sole a mezzogiorno
di cielo pulito e nuvole poche.
sta su un mirtillo grandissimo, che galleggia, per metà.
cosa ci fa un mirtillo gigante nell’acqua?
non lo so, sta lì. e lei sopra.
lei è una foca piccola
e sta su questo mirtillo a pancia in giù:
per forza, è una foca, le foche non stanno in piedi.
se fosse persona e stesse in piedi avrebbe paura
perché sotto è profondo,
da sopra si vede in profondità,
ché l’acqua è trasparente
e lei ha paura dell’acqua fonda, se la vede.
invece adesso è foca piccola e lunga
con gli occhi rotondi e neri
muso di cane
lei è tutta muso di cane
come solo le foche.

dammi un bacio di cane, dice
un bacio di cane sul muso,
ora.

poi lei entra nell’acqua piano
tutta di sprofondo come di inzuppo
va sotto solo un pochino
e poi ancora un po’.

lui da sopra il mirtillo
la guarda e la cerca
che non la vede bene e ha un po’ paura.
lei sotto l’acqua si toglie la pelle di foca
lei sotto la pelle di foca è uccellopesce
tutta di piume nere e coda doppia.
lei nuota
e lascia scie di pesciolini
bolle pesciolino.

lei dice:
se tu entri nell’acqua
-       no, non è fredda l’acqua -
se tu entri
e mangi i miei pesci
se tu entri
nella mia bocca
tutto di corpo minuscolo
dentro di me
prendi tutte le mie parole,
biglie di foglia verde.
io te le do tutte le mie parole
tutte in regalo a mani aperte te le do
ma poi tu lo sai che non puoi più andare via,

legato libero alla mia bocca
legato libero alle mie parole bottone
tu rimani in me
persempre
io rimango in te
persempre.


.

.
.


.

.
.
.


.

non lo sanno, loro
ma è già persempre.

persempre,
da quando si sono riconosciuti,
 nell’acqua.

persempre,
da quando si sono riconosciuti
di acqua.



persempre.


-       ti è piaciuta la storia?
-       insomma…
-       perché insomma?
-       perché mi hai raccontato cose del mare, cose che vedo sempre. pensavo che mi raccontassi del nido di pelliccia.
-       nel mare ci sono le parole vere, quelle per le storie perfette. per raccontare del mondo di sopra devo fare una capriola e raccontarti tutto con gli occhi delle ciglia. ma adesso non posso tornare su, lo sai: adesso devo stare qui ad aspettare.
-       sì, sì, ho capito. sai qual è la parte della storia che mi è piaciuta di più? quella del mirtillo. e sai perché? perché potevo immaginare. un mirtillo è un po’ come un nido di pelliccia, vero?
-       sì. uguale.
-       con le pinne o con le valve?
-       le valve, le valve.
-       bello, è proprio come me lo sono immaginato io…

giovedì 30 settembre 2010

la sposa marina

- ciao, che cosa sei? sei una pianta marina?
- no, sono una sposa dell’acqua. e tu cosa sei?
- io sono un pesce inventato. che cosa fai qui sotto? non è il tuo mondo, questo.
- come no? sì, invece. adesso è anche mio. è sempre stato mio.
- ma che ci fai qui? non ti ho mai vista.
- sono scivolata giù da un pattìno. l’acqua era tutta limpida e trasparente che si vedeva in profondità. mi avevano detto di stare sdraiata a pancia in giù a guardare, che se no mi venivano le vertigini, ma io non gli ho dato retta. ho perso qualcosa, l’ho vista scivolare nell’acqua, sul fondo, era una cosa che luccicava: mi sono sporta troppo per afferrarla e sono caduta in mare.
- e cos’era quella cosa?
- non me lo ricordo, però l’ho vista.
- e adesso?
- adesso boh.
- come “adesso boh”?
- eh, non mi ricordo più niente. sto aspettando, mi pare.
- ma aspettando cosa?
- non me lo ricordo.
- aspetti un pesce?
- boh, sì, forse.
- ma è tanto che aspetti?
- un po’. credo.
- ma se si sono dimenticati di te, che aspetti a fare?
- non si sono dimenticati.
- come fai a dirlo?
- lo so.
- e come fai a saperlo?
- lo so e basta.
- ma ti hanno detto che torneranno?
- più o meno.
- più o meno non è sì. e se più o meno ti hanno detto una bugia?
- quello che si dice nell’acqua non è mai una bugia. punto.
- va bene. ma questi che stai aspettando, che non ti ricordi neanche chi sono…li aspetti per fare cosa?
- io devo aspettare, questo me lo ricordo. io ho promesso che avrei aspettato. quando torni a casa e ti aspettano, mica ti aspettano per fare qualcosa, ti aspettano e basta. poi puoi anche andare via di nuovo. ecco, è così, più o meno.
- ah. posso aspettare con te? ti faccio compagnia?
- sì, sei gentile.
- …
- …
- …
- …
- io mi annoio.
- ti posso raccontare una storia, se vuoi.
- sì, dai.
- vedi il mio vestito bianco? è tutto fatto di paroline, tutte parole rotonde e bianche per la sposa di acqua. tu tiri un filo sottile e me lo metti in bocca e io lo mangio e tutta la storia ti racconto. poi, se ci viene sonno, andiamo su quell’anemone a dormire: dormo sempre lì, sembra di stare in un nido di pelliccia.
- cos’è una pelliccia?
- niente, lascia stare. te lo racconto nella prossima storia.



(continua. se mi ricordo)

sabato 11 settembre 2010

dove si pescano le parole rotonde e bianche



le parole si fanno in un punto ben preciso dell’oceano , nel suo centro.
il centro dell’oceano è un pozzo di acqua che ti tira verso il basso, come una corrente, con bolle piccole come pagliuzze di oro.
tu, se vuoi le parole di bocca,
quelle che si fanno nella bocca,
le parole di carne,
tu devi andare lì.

c’è chi prova a pescare le paroline stando su una barca a remi con un cappellino in testa per ripararsi dal sole.
mille lenze puoi buttare ma non arrivi alla fine del pozzo, nella gola dell’oceano, no.
tu, così, le paroline per fare le storie non le avrai mai.


per arrivare alle paroline


                                                  tu devi spogliarti nudo, tutto


tutto di pelle che rabbrividisci


e tuffarti tutto liscio nell’acqua



e poi scendere






                                                                                      e scendere    







            e         s c e n d e r e
 . 
                                                          
                                                        .
                                                           
  .

                                                                .


                                                                .

                                                            .

                                                         .

                                                        .

                                                                       .


                                                         .

                                                              .

                                                                .
                                                                  .

                                                                     . .

                                                                .


                                                                  .                                  
                                                                       
                                                            .



                                                               .


                                                                  e



         s

 c


e

         n
 d
    e

r



                                                                  e

                                                           


                                    e

                                                                        a  n  d  a  r  e





                                                              g

                                                         
                                                                  i


                                                           ù

                                                            .
                                                            .
                                                            .
                                                           .
                                                            .
                                                            .
                                                            .
                                                            .
                                                             .




tu scendi e scendi e ad un certo punto, quando non senti più dove finiscono le tue mani la tua testa i tuoi piedi, quando non senti più dove sono i tuoi occhi e ti sembra bellissimo stare tutto nudo in quel buio, in quel momento diventi tutto di buio anche tu, tu diventi il buio, il buio ti entra dentro dalla bocca e ti fa di catrame. quando tu sei tutto di nero allora diventi oceano profondissimo e infinito e tocchi il centro dell’abisso, sul fondo.



sotto

è tutto zitto e lontanissimo.
tutto solo rimbombo muto di acqua.

sotto

è tutto silenzio terrifico
e lì,
siete solo tu e la bestia,
tu e Lei.



Lei donnapesce,
di piume fosche e ali come mantello
Lei la bestia,
che allatta parole-girini
Lei Madre
delle paroline tutte
Lei che ci scopi e la inchiodi
di furia e  di amore
Lei che la sbatti e la vuoi e la implori
Lei che cova
parole nella bocca
e ti imbecca, a te
ti nutre, a te,
ormai smarrito spirito
naufrago.

Lei, disperata preghiera
ultima tua supplica
unica possibilità di salvezza.





solo lì
con l’animale
nel nero
tu puoi trovare le parole


p

u

r

e


lì, nel centro dell’oceano,
 dove l’acqua si sposa col fuoco nella terra,
lì si fanno le parole
parole tutte puliziate e bianche
parole rotonde
come sassi di fiume
parole uovo
da metterti in bocca
e farci l’amore e risputare
bianche
                                       in altre bocche assetate.

mercoledì 8 settembre 2010

storie bocca a bocca

a me le parole mi nascono in bocca  
le sento proprio nella bocca
e con la lingua le forgio ben bene
le lecco
le liscio
le stondo
tutto un suono di sasso che cade nel fiume dal ponte gli do.
anche le storie si fanno nella mia bocca
si fanno da quello che io vedo di fuori.
tutto mi rimane appiccicato dietro gli occhi
nella testa
tutto un po’ a pezzi mi rimane appiccicato:
i suoni e gli odori
le voci i movimenti
certi disegni e pitture
certe cose di animali e di natura.
tutto si attacca al palato
io con la lingua lo sento
e solo dopo lo posso raccontare
dopo che tutto ho leccato, piano.
è una cosa che non so dire
che fa quasi male a provare a spiegarla.
è come se tutte le cose che vedo
con gli occhi di verità
con gli occhi di immaginazione
rimanessero infilzate in un punto preciso nella mia testa:
io devo prendere le mie parole
e passarcele sopra
come tante piccole lingue
lingue di fuoco
devo passarcele sopra
per sentire tutto bene
e raccontarlo.





io lecco tutti i disegni della mia testa

tutti gli animali marini

e le oche e i pesciolini

ogni filo d’erba lecco

ogni foglia di ginko

ogni bolla di aria nel mare

ogni naso di cane

ogni becco di uccello muto

ogni ombra ogni sfumatura

tutto io lecco

e inghiotto

e impasto di saliva

e poi nella tua bocca sgocciolo

tutto il pianeta di terra e di acqua.






[adesso mi si sono incastrate le parole nella gola
tutte spingono per uscire,
se non escono presto mi soffoco
di un pianto infinito]






apriti bocca

prendi tutte le parole

tutte le parole bevi

sono tutte parole

solo per te

.

.

.

.




parole

di bocca

per storie bocca a bocca

dalla bocca

mia

nella bocca

tua

.




parole sacre
parole madre
parole nostre



.



.