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domenica 24 marzo 2013

se tu apri la bocca poco




se tu apri la bocca poco
come a farci entrare
un bacio piccolo di lingua
io ci infilo dentro
tutti i pesci minuscoli del mare
tutti i pesci dagli occhi di biglia spalancati.

se tu apri la bocca poco
io ci soffio dentro
tutte le luci sottili
a rischiarare gli abissi
sotto la tua pelle.

apri la bocca piano
apri la bocca nello zitto profondo
succhia
tutto il silenzio
degli animali minuscoli
dei movimenti piccini.

apri la bocca poco
aprila piano, aprila
nel nero dell’acqua
poco

apri la bocca piano
aprila
poco poco
aprila.




(avere dentro tutti i pesci del mondo di mare
non è cosa di schifo
o di viscido
è cosa di sentirsi senza un confine
è cosa che poi ti puoi addormentare).











Il capolavoro qui sopra è, ancora una volta, di Fabio Visintin che ha deciso di dare forma e colore alle mie parole. A mio parere, questo è un lavoro perfetto, che si combina armoniosamente col mio testo, ma lui sostiene che non sia ancora "completamente a fuoco" e che si tratti solo "passi di avvicinamento": prepariamoci alla meraviglia, a quanto pare non sono sola nel mio perfezionismo.



martedì 5 marzo 2013

Uomo con lumicino e animale femmina



 - con voce sottile, dal fondo, chiamarti, immensa -




Dimmi, dove  sei, dove vai con quel tuo lumicino?


Lo senti questo silenzio, questo caldo nel ventre
 che lascia bagnata la pelle, 
che fa discostare le cosce? 


Qua sotto è una ressa, di animali che scalciano
che parlano una lingua muta
 di rosso di oro che brilla
antica, sul fondo.



Dimmi, li senti, tu? Li vedi anche tu, col tuo lanternino?



E' arrivato il momento di lasciare entrare le bestie,


spalancare le imposte sul fondo


sul nero



l'abisso



e scendere




entrare
  




più giù






più giù





più giù.





Vieni dentro anche tu

ora

vieni col tuo luccichino
vieni dentro di me

- grandissima e nera e infinita e femmina -

vieni dentro di me

vieni, tu

adesso


ora.






Illustrazione onirica di Fabio Visintin, disegnatore che, col suo bianco e nero, mi ha ridato le parole, dopo avermi lasciata senza.




mercoledì 10 agosto 2011

non basta

non basta
in un frullare di ciglia scambiarsi
i mondi sommersi
-i capodogli e le tane dei castori,
i pesci piccoli e le rane nello stagno-.
non basta mischiarsi le visioni,
i baci nei respiri, la saliva
e il seme con le uova.
non basta tutto questo a dire
ti ho riconosciuto
non basta per dire
amore mio da sempre
mio ritrovato amore.

giovedì 30 giugno 2011

neanche se

-    tu non ce l’hai il coraggio di farti leccare nelle mutande dall’adelina!
-    non è che non ho il coraggio…
-    sì, non hai il coraggio! prova, dai: fa il solletico!
-    no, non mi piace…
la ramona si fa leccare e ride. quando ride butta la testa all’indietro e tutti i boccoli le piovono sulle spalle come una tenda morbida. la ramona ha i capelli rossi che sembrano velluto e le lentiggini dappertutto, anche sulla lingua.
io e la ramona giochiamo sempre a marito e moglie e ogni volta che la sposo le regalo un mazzo di papaveri rossi come i suoi capelli e le faccio una collana di margherite.
a me piace la ramona, ma io non piaccio alla ramona, lo so, però lei è gentile e si fa sposare lo stesso da me.
-    cosa mi dai se mi faccio leccare dalla adelina?
-    cosa vuoi?
-    voglio un bacio.
-    dove?
-    qui, sulla bocca. no, anzi: nell’angolino.
-    sì, sì, te lo do. tanto non ci hai il coraggio.

mercoledì 4 maggio 2011

per farli dormire

mangia, rossana, mangia…brava coniglia, brava.
rossana è la coniglia più cicciona di tutti i conigli della zia candina, è più cicciona anche del grigio, anche se mio fratello dice che no, che il grigio è più grosso. ma mio fratello non capisce niente, è piccolo. e poi è cecato, infatti tutti lo chiamano puffo quattrocchi perché porta gli occhiali ed è pure basso. meno male che io sono grande e non ci ho gli occhiali. sì, vabè, porto l’apparecchio, ma quello è temporale…cioè, voglio dire, poi lo tolgo, quando avrò i denti dritti. a mio fratello gli occhiali mica gli aggiustano gli occhi, anzi.
guarda come è bella cicciona, la rossana. a me piace il codino della rossana, che è rosso rosso e sotto è un pochino bianco. è per il codino che l’abbiamo chiamata rossana.
guarda, vieni qui vicino, infila un dito nella gabbia. no, non ti morde, è brava, la rossana, si fa accarezzare tutto il morbido.
abitiamo lì, su in cima al curvone, dove finisce il campo di franco. come non sai chi è franco? vabè, non importa. lo sai il curvone? la sai la vigna, quella che finisce al curvone? ecco, dopo la vigna, c’è la nostra casa, cioè la casa dei bisnonni.
i bisononni non ci sono più a dir la verità, siamo qui con la nonna.
sì, la bisnonna l’ho conosciuta, il bisnonno no.
sì, so anche cosa facevano: la mia bisnonna faceva la cuoca a milano per dei conti che è come dire dei principi ma un po’ meno di lusso e il mio bisnonno invece faceva il maggiordomo. a lui piaceva il re e ha votato per la monarchia, dice mia nonna, mentre la mia bisnonna…a lei non lo so se le piaceva il re, lei faceva i tuffi ad alassio quando c’era il sole.
no, no, non aprire la gabbia, la zia non vuole: se le facciamo scappare i conigli poi ci tira gli zoccoli. è affezionata, la zia, ai suoi conigli.
no, noi non viviamo qui, siamo qui per le vacanze, siamo di milano, noi.
no, qui non mi piacerebbe vivere: c’è solo una televisione piccola, i canali si vedono male e non si prende neanche italia uno e così non possiamo neanche vedere i cartoni al pomeriggio.
eh, sì, lo so, però che pizza! tutti che mi dicono che devo stare fuori a giocare invece di guardare la tivù. ma io mi stufo anche, eh! facciamo sempre le stesse cose: dar da mangiare ai conigli, alle galline…andare a cercare le fragoline di bosco, raccogliere le amarene…che poi a me fanno anche schifo le amarene, sembrano ciliegie andate a male.
ecco, guarda! quello è il grigio! ma ti pare che è più grosso della rossana? no, vero? vedi che mio fratello è cecato? vabbè, poverino, è piccolo…
sì, ce li ho gli amici qui. si chiamano simone e giuseppe. ogni tanto però litighiamo. tipo ieri. ci hanno frustato nelle gambe coi rami di salice, a me e mio fratello. io non ho pianto, lui sì invece, ma lui non capisce niente, è piccolo. e ci ha pure gli occhiali. così gliene hanno date ancora di più. gli dicevano “al galoppo, puffo quattrocchi, al galoppo!”. e mio fratello giù a correre e frignare.
però dopo sono venuti a chiederci i giornalini e la macchinina telecomandata, quindi vuol dire che siamo di nuovo amici.
tieni, dalle questa alla rossana, dalle la foglia del soffione, che le piace.
no, loro non ce li hanno i giochi come i nostri, loro hanno i giochi di qui, cioè, se li fanno. eh, giochi tipo la fionda o altri giochi da farsi male. a noi nostra mamma non ci fa giocare con quei giochi. allora io l’altro giorno ho rubato la fionda a simone mentre era nel campo che tagliavano l’erba, gliel’ho rubata e poi con mio fratello siamo andati nel fienile e abbiamo giocato a tirarci i sassi. guarda, guarda: con una pietra gli ho anche fatto un taglio piccolo nella testa! è anche uscito un po’ di sangue, ma poi io ci ho sputato sopra e ci ho messo un fazzoletto e ha fatto la crosta e mia nonna non si è accorta di niente. forte, eh?
ehi, ciao, ercole! vedi? quello è ercole e quello è lo zio dino, sono il figlio e il marito della zia candina. loro sì che vivono qui, infatti si vestono da poveri. no, non è che sono poveri, ma si vestono da poveri, come tutti qui in montagna. sono sempre sporchi, coi buchi nei pantaloni. e poi puzzano. guarda, stanno andando sul letamaio. ci credo che poi puzzano.

ciao ercole.

mh.

oh, guarda, portano a spasso i conigli, per le orecchie.

perché li liberano?

perché gli danno una botta sul collo?

dice: “per farli dormire”.

anche la rossana.

e poi con la roncola a fare riiiiiiiiiiiip per tutta la pancia e tutte le budella e gli intestini viola e grigi a scivolare sullo sterco di vacca e poi riiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiip di nuovo e via la pelle, via nello sterco di vacca tutto il pelo morbido e soffice e via ancora, riiiiiiiiiiiiiiiiiiip, ancora le interiora a scivolare sul letame caldo e la paglia e riiiiiiiiiiiiiiiiiiiiip un’altra volta via la pelliccia a schiantarsi molle come un budino sopra un cuscino.

pure il grigio

pure la rossana cicciona.


è diventata tutta di sotto-pelle la rossana, le si vedono gli occhi morti di dentro: non ha più gli occhi da coniglio, ha delle palline morte senza contorno al posto degli occhi.
sembra quando fanno vedere i bambini appena nati alla tivù, solo che lei non è viva, è morta.


mio fratello suda e poi vomita, è piccolo.
vomita il pane e marmellata e l’uovo che abbiamo mangiato a colazione. si vede tutto mischiato sull’erba verde, ché lui non mastica mai bene e la mamma lo sgrida sempre.
io sono grande però vomito anche io. però non si capisce cosa ho vomitato perché io mastico bene,  infatti ho pure l’apparecchio.

vomito e un po’ piango, ma dentro.


la zia candina si arrabbierà molto, lei ci tiene ai suoi conigli.

sabato 2 aprile 2011

parole Altre

sono daino, vitello, volpe e forse cervo
le bestie di scuro che mi camminano intorno.
non c’è parola nei musi silenti
negli occhi cigliati lunghi di selvaggio
e in quelli senza ciglia dei cani con il becco.
eppure parlano, le bestie di ombra
parlano la lingua dell’ombra
la lingua del silenzio apneico
e del dolore del mondo tutto.
dicono il verde che s’impallida piano
e s’ingiallisce nell’ora dell’oro
dicono il ramo che si spezza e l’osso
dicono il morto
e ogni suo contrario.
zittano le bestie
ma è un gran sentire
un rivelare il cosmo, un dire
che non mi è dato di capire.

sabato 5 febbraio 2011

specchio riflesso

io ti odio, corvodimmerda.
tutte le mattine appeso dritto al ramo più alto di quell’albero spoglio, stai.
io preparo il caffè e ti guardo, tu resti di pietra.
poi, io esco, non so che cosa tu faccia dopo.
oggi ho giornata libera, non lavoro.
corvo sta lì, sul ramo.
c’è un vento da tre giorni che sembra di essere sotto il mare in burrasca: un rumore come di mille vacche al macello e poi sacchetti e pezzi di lamiera che volano. è tutto uno spaccarsi di rami e un mugghiare cupo. ma lui rimane lì, una statua.
mi irrita.
che ci fai su quel ramo tutto instabile, corvo cretino?
fa freddo, viene la tempesta, se n’è accorto anche quella sottospecie di cane dei vicini, quel quadrupede insulso che se fosse di pezza sembrerebbe più vivo. adesso abbaia alle foglie che volano e si sente tutto fiero, tutto animale da guardia. che cane inutile.
corvo, spostati.
che cosa aspetti? non hai amici?
sono ormai quattro ore e mezza che te ne stai fisso su quel ramo, testardo.
ma non hai di meglio da fare? che cosa fate voi corvi oltre a camminare tutti storti con lo sguardo vitreo e allucinato?
leggo: “durante il mese di febbraio il corvo comincia a costruire il nido, deponendovi poi le uova ai primi di marzo. il nido viene collocato sulle pareti rocciose, sugli scogli e sulle cime degli alberi più alti, comunque in luoghi inaccessibili.”
il nido. stai studiando dove fare il nido.
no, il nido no, ti prego. non ti ci voglio coi pargoletti tuoi.
vattene, corvo.
sei ottuso e ostinato.
quel ramo è troppo fragile, te lo direbbe pure Cane Di Pezza qui sotto.
vai a farti la casa sul tetto del rijksmuseum che è bello alto e ci prendi il sole e i topi in giardino. non qui. qui mi dai fastidio.
e adesso cos’hai che mi guardi?
ti odio, corvodimmerda, sei stupido e lento.
stai progettando il tuo futuro su un ramo che si spezzerà stasera e non te ne sei ancora accorto.
ma che cosa ci hai in testa? non può funzionare. non vedi come ondeggia? non li senti gli scricchiolii fini che partono da terra?
vattene corvo, vai a cercarti un altro albero, un palo della luce, un comignolo, vattene al mare sugli scogli che non ci sono, vai lontano che non ti possa più vedere, togliti da quel cazzo di ramo ballerino, trasferisciti, scrosta il tuo culo nero dalla mia vista, usa quelle fottutissime ali invece di startene lì imbalsamato, sparisciti, fulminati, crepa, cazzo, crepa.

anzi, no.
vivi, perdio, almeno tu, vivi, corvodiatodimmerda.

venerdì 4 febbraio 2011

storie sui muri

prima viene la cerbiatta.
è grande e sta al centro della parete.
se fosse a colori sarebbe azzurra e blu.
ha gli occhi profondi e scuri.
la cerbiatta mi guarda e sa.
tutto dentro di me vede la cerbiatta
e mi lecca il cuore e i pensieri con gli occhi di buio.
io mi giro, la guardo, e sto bene.

poi vengono i pesci.
i pesci hanno lo sguardo pallato.
dopo che arrivano i pesci, un po’ ho l’ansia.
sembrano spaventati a morte, sembrano scampati a un disastro.
li guardo e mi vedo dentro quegli occhi: sono un po’ me, i pesci,
spero che prima o poi si calmino.

e poi viene il lupo.
il lupo è maschio e giovane
e ulula forte ma silenzioso
un canto di fiato e pesci rossi.

poi in cima
la cinciallegra tutta contraddizioni
infatti vola contomano.

e ora la balena.
la balena non voleva starci, sul muro,
ma io lo sapevo che c’era un modo per farle spazio
e
alla fine
io
l’ho
trovato.

la balena
è antica
ha sguardo di nonna e di neonato
rugoso
e da lontano mi canta e io dormo,
la balena.












martedì 28 dicembre 2010

a parte i conigli

tornando a casamilano, sul pullman dalla malpensa, son passata vicina a campi pieni di enormi conigli grigi, conigli giganti tutti di nebbia, dei superconigli più grandi dei pullmanss, dei camionss e degli aereiss.
non si vedeva niente, a parte i macroconigli nebbiosi, niente.

giovedì 9 dicembre 2010

disegnata

disegnami, dai.
fammi me nel mondo di matita.
io me tranquilla, coi pensieri srotolati dritti ma morbidi.
ecco, così.
prima le spalle, sì. poi? poi il collo. sì.
intorno mi fai i leoni blu? per giocare, solo un po’.
fammi con l’acquerello, per favore.
fammi nell’acqua, di acqua.
e i pesci, fammi tutti i pesci intorno.
e le meduse.
che schiena dritta mi hai fatto!
e adesso?
fammi bella, culetto rotondo.
le gambe lunghe
e sode.
e ora i piedi, perfetti di statua.
la pancia, rotonda anche lei,
il sesso, in una piccola mano
e l’ombelico, un anellino di scuro.
i seni così come sono mi piacciono.

non mi voglio di bianco e di nero
voglio le sfumature.
azzurrina,  azzurrina come i leoni fammi.
e dalla bocca papaveri come pugni, occhi di fiamma.

(ti  brucio il disegno con la me di dentro di rosso,
se non stai attento).

disegnami ancora un poco,
almeno le sopracciglia, folte, e il sorriso.
voglio il sorriso della me che non c’è più, in questo disegno.

poi seppelliscimi
di acqua e colore.
annegami
spariscimi.

finchè tutti i segni si azzittano eterni nella mia testa.

martedì 7 dicembre 2010

nonostante la scadenza


a mia sorella Arianna, 
che sa, che mi sa.


facciamo che ti regalano un cane a natale.
tu non te lo aspettavi proprio un cane a natale, ma neanche al compleanno, a dir la verità. tu non sei tipo da cane, non sei proprio tipo da animali: per te gli animali sono un qualcosa che si muove fuori casa, non dentro.
tu non sei assolutamente un tipo da cane, al massimo potresti essere un tipo da gatto, tutto croccantini e sporadici grattini, ma da cane proprio no.
il cane lo devi portare fuori almeno tre volte al giorno, anche quando piove, anche quando nevica, anche quando hai la febbre. il cane quando è bagnato puzza di cane bagnato e poi anche il tuo divano puzza di cane bagnato e tutti i tuoi vestiti su cui si struscia il cane puzzano di cane bagnato quando piove e di cane non bagnato quando non piove (sempre odore di cane è e non ti piace).
i tuoi genitori non ti hanno mai preso un cane quando eri piccolo e quando chiedevi “perché no?” ti rispondevano “perché poi ci si affeziona troppo”. e non l’hai mai capita fino in fondo questa risposta ma alla fine ti sei convinto che un senso deve avercelo e questo è diventato il vero motivo per cui non  hai mai preso un cane: raggiunta l’età della ragione, non l'hai più voluto per paura di affezionartici troppo.
però ormai questo cane te l’hanno regalato e adesso ti guarda con la testa inclinata di lato e gli occhi rotondi e neri.
nel momento in cui il tuo sguardo incrocia il suo, sparisce dalla tua memoria il monito genitoriale, svapora l’odore di pelo bagnato, le passeggiate obbligatorie si trasformano immediatamente nell’ occasione che tanto aspettavi per condurre una vita meno sedentaria.
il cane ti guarda e tu sei fregato: ti ha innamorato, per sempre.
e tu quel cane inizi ad amarlo come se da sempre lo amassi, come se lo avessi aspettato da sempre ma da sempre lo conoscessi: tu quel cane lo ami come una logica conseguenza del tuo essere, come una liberazione.
quel cane tu  lo ami pur sapendo che quello è un amore che porta scritta la data di scadenza.
un cane vive in media dodici anni. se sei fortunato, quel cane morirà prima di te, quando tu sarai nell mezzo del cammin di nostra vita, lasciandoti col cuore spezzato nella selva oscura. questa sofferenza la leggi tutta nel momento in cui affondi nel suo sguardo, nell’istante in cui il suo guaito ti fa vibrare qualcosa dentro il cranio, alla base del collo, sfibrandoti. la leggi e prontamente giri il cane in modo da non vederla più.
e poi niente. poi tutto cambia.
inizia la tua vita col cane: tu non sei più la stessa persona, il mondo non è più lo stesso.
ti entusiasmi per cose che –non ti spieghi perché- annoiano i tuoi interlocutori quando le racconti: cappottini per cane, guinzagli, giochini, risse tra cani al parco... ti ritieni un incompreso e giungi alla conclusione che solo i Veri Amanti dei Cani possono capirti; in realtà, ti sei completamente rincretinito.
il tempo passa, tu ti dimentichi della data di scadenza del cane, ma questo non è sufficiente a cancellarla.
e il tuo cane –che dal primo giorno non è più un cane ma è Poldo, Mizzi, Whisky, Laika- il tuo cane un giorno si ammala, soffre tantissimo e muore.
di nuovo, tu non sei più la stessa persona, il mondo non è più lo stesso.
ti senti un idiota ora, perché  solo adesso capisci il senso di quella frase, di quel “perché poi ci si affeziona troppo”. quella frase non era completa, quella frase portava in sé la pesantezza insostenibile del non detto: “e se ti affezioni troppo poi stai male, quando non c’è più”.
vedendoti soffrire, ti chiedono: ma se rivivessi oggi quel natale di tanti anni fa, sapendo che ti toccherà patire così, lo riprenderesti Poldo, Mizzi, Whisky, Laika?
e il dolore da schianto ti fa dire MAI, mai lo riprenderei Poldo, Mizzi, Whisky, Laika, se solo sapessi.

ma dentro di te
la tua parte più vera sa
che negarsi il dolore e la morte
significherebbe non conoscere mai quell' Amore di Cani
che ti si è scritto nella carne:
baci animali sulla faccia nella bocca
chilometri di zitto nella pioggia nella neve nel sole
il braccio tuo fra i denti suoi
la rabbia tua, a cazzo.
il perdono suo, sempre.
e tutto il resto, incondivisibile.

se potessi ricominciare col tuo Poldo, Mizzi, Whisky, Laika, ricominceresti.
se potessi ricominciare con il tuo Matteo, Marta, Giulia, Enrico, ricominceresti.

venerdì 12 novembre 2010

pagurami tutta!

mercoledì quelli della redazione di zingarate.com mi hanno detto che il mio blog su amsterdam sta andando bene, con 2400 accessi dall’apertura, 200 solo l’altro giorno. sono contenta.
oggi guardo le statistiche qui su blogger -che però si capisce che sono fatte a muzzo quindi non le prendo seriamente in considerazione- e si dice che leggano lasaRamandra una trentina di persone al giorno: fa molto privè, se vogliamo.
ma ora non sto scrivendo per raccontarvi dell’andamento dei miei blog, ma perché sto ridendo da sola come una scema.
mentre controllavo gli accessi, sono andata a leggermi le parole chiave per la ricerca, ovvero quelle parole che, digitate su google, vi portano al mio blog. spiego per chi ci capisse ancor meno di me: se voi digitate ad esempio “ivano l’iguano” google vi spara fuori il link a lasaRamandra. anche se cercate “oca oche” arrivate qui.
ecco, ben due persone sono arrivate qui digitando “paguro nella figa”.
giuro, solo a scriverlo rido di nuovo.
perché, se queste persone cercavano veramente uno dei miei racconti, significa che hanno mischiato quello del paguro (dove di figa non c’è manco un pelo) con quello della rossa, che di figa ne aveva sì un bel q.b., ma di paguri neanche l’ombra di un guscio. in questo caso avrebbero tutta la mia solidarietà, perché anche io faccio di questi mix micidiali, incollo ricordi a collage con risultati spesso buffi e diversi dalla realtà.
oppure queste persone cercavano veramente un paguro nella figa e lì mi si apre un mondo di piacere animale di cui ammetto tutta la mia ignoranza.

io ringrazio questi pescatori di paguri nella figa perché mi hanno involontariamente fatto ridere di gusto di prima mattina e, se stessero leggendo questo post, li pregherei di presentarsi, anche in privato, perché vorrei davvero stringer loro (virtualmente) la mano.

lunedì 8 novembre 2010

la sposa marina. terza parte.

io vedo solo lei che sta lì sul fondo del mare, sempre nello stesso punto.
sta lì ma non c’è più.
solo, i suo occhi rimangono aperti, come sospesi tra due mani a coppa.
e il suo vestito, bianco di fili di paroline, afflosciato tra i sassi.

poi.

dice il pesce inventato:
- ma dove sei finita? non ci sei più?
- ci sono, ci sono…
- ma sei diventata come il pesce-sabbia, non ti si vede…come fanno a trovarti così? si perderanno...

e la sposa marina non risponde


ma

l  e  n  t  a  m  e  n  t  e

gli occhi diventano due fari, grandissimi e luminosi
e il vestito di parole perline una luna, un sorriso
poi tutta la sabbia sale
diventa scoglio
si fa la sposa marina donna scoglio
donna scoglio o montagna
immensa e smisurata.
tutto intorno il mare
tutto l’oceano.
continua a crescere questa sposa marina
diventa grandissima che tutto trema
sdraiata
le gambe piegate e divaricate
la testa all’indietro
di pietra
tutta che esce dalle sabbie
e dal mare
che tutta l’acqua si ritira
l’acqua tutta le scivola addosso e 
  

                  c
              

                          
a
           



                                 
                          d


e

dalla bocca
dagli occhi
tra i seni
sulla pancia




c
     



       a



d
                                                                 


                                         
               e




come fiume
come ruscello




s






     
 c 





                e







n                              





d                          









e



e tutte le paroline si tira dietro
che deve la sposa sfamare gli assetati.

l’acqua le rotola addosso grassa
fino in mezzo alle gambe
dove tutto si apre

c a l m o

in un porto rotondo
di pesci gialli 
e 
di uccelli rosa

c a l m o
.






ecco, dice la sposa,
qui per forza si deve arrivare
qui sempre arriva l’acqua.
non ci si può perdere,
non si possono perdere.

basta seguire l’acqua.
basta seguire le paroline.

sabato 6 novembre 2010

memorie grafiche di una testa smemorata

mi tornano in mente alcuni quadri che ho visto alla mostra di munch, a rotterdam.
una mia amica dice che per lei munch è catartico, così come lo è stato un mio racconto che ha letto tanto tempo fa. dice che le sue ferite -quelle della mia amica intendo- attraverso la visione di quelle immagini o la lettura delle mie parole, "spurgano". un po' come quando metti l'acqua ossigenata su un ginocchio sbucciato ed escono tutta la sabbia e il sangue. la mia amica dice che dopo si sente meglio, anche se brucia.

io non so come mi sento ripensando a quei quadri. sento che li ho dentro, che c'è qualcosa di quei quadri che è dentro di me.

il buio.
una strada persa.
una vena di inconfessabile (e terrorizzante) follia. vera.

alla mostra alcune opere mi hanno colpito più di altre.
ma la mia memoria pare aver raggiunto un livello di autonomia più elevato del mio e decide lei cosa registrare e quando. quindi magari io in quel momento sono convinta che quel volto lì, ad esempio, con quegli occhi verdi sporgenti, non lo dimenticherò mai, ma non è così.
se alla mia memoria gira, io me lo sono già dimenticato il giorno dopo.
e allora io lo disegno, così la mia memoria la frego.
non faccio dei bei disegni, ma non è quello lo scopo del mio segnare sulla carta: lo scopo è ricordare.
anche con le parole è così: ricordare, lasciare una traccia per non perdersi, per non perdersi del tutto.

ho deciso di caricare tre schizzi che ho fatto alla mostra. l'ultimo è quello da cui è nato il racconto della sirena. l'ho messo per ultimo così se volete tenervi il disegno che vi siete fatti nella testa non vi rovino nulla.
ah: quel disegno è molto brutto. ma non sono io che l'ho disegnato brutto, anzi, posso dire di aver fatto davvero una buona copia. era proprio brutto in sè. però era molto intenso, davvero.



Madonna -1896- litografia

martedì 2 novembre 2010

sandwoman (seconda parte)

- uh! che buio! non si può accendere la luce?
- aspetta, aspetta…adesso segui la mia voce…poi la luce arriva.
- sì, ma tu parla eh, che non voglio mica perdermi!
- non ti preoccupare, siamo quasi arrivati. vedi che si fa già più chiaro?
- uh…sì!
- …
- ehi, ma…ma…

e dentro l’orecchio, dopo uno stretto passaggio che neanche a venezia, tutto si fa spazio illuminato soffice. c’è una luce diffusa, morbida e gialla sospesa, una luce a grappolo, che sembra provenire da diversi punti. è come luce di lanterne appesa al didietro di centinaia di lucciole che fluttuano vicine e piuttosto compatte. apposta non dico “sembra luce di lucciola” perché la lucciola ha una luce fredda, come un neon, invece questa è luce di camino, calda.
intorno alla luce non si vede nulla, non si vedono i confini di questo spazio, solo si sfuma gradatamente nel nero questa luce di lucciole-lanterna.
- siamo arrivati? sono un po’ stanca di camminare.
- arrivati? non si arriva mai…però sì, diciamo di sì. guarda!
- eh, vedo. ma c’è solo luce…
- no, devi guardare meglio, non vedere: guardare.
- uhm…
e ‘sto pagurino nudo ha ragione, che a spremersi gli occhi in effetti qualcosa si scorge: intorno, quel niente che vedevo non è niente, quel niente sono montagne, no anzi, dune, no anzi, sono…che cosa sono ?

sono
piante altissime e sottili
tutte scure fino al cielo
che in cima si curvano e fanno una culla al contrario.
sono
medaglie impilate come soldini
e
piccoli teschi a palla ammucchiati
e
insetti
con mille gambe e antenne
e
fruscii di foglie
e poi
lingue e occhi
a galleggiare anche loro
tutti in mucchi separati
come di biancheria
come tante stanze sul corridoio.


e io dico
- dov’è, qui?
- qui è dove tu senti, sono le parole che senti e ti entrano dentro, tutti i giorni, da sempre, da quando ancora stavi nella pancia.
- …lì?
lì è acqua e rumori di animale madre. lì era la mia pancia.
il paguro annuisce sorridendo.

poi ritorno a questi occhi, questi occhi che non so cosa sono e poi lo so, di colpo lo so. sono le parole non dette, le parole degli sguardi, le parole che si avevano in gola e sono uscite solo sulla faccia, mute.
come l’altro giorno sono uscite dagli occhi della mamma e dal papà di monica, la ragazzina con gli occhi ad oblò che lavora con me. loro non ti parlano con la bocca, loro ti parlano con gli occhi. niente mi hanno detto, niente mi ha detto lui con quegli occhi di animale di bosco che sfugge, niente mi ha detto lei con quegli occhi di fiera, niente mi hanno detto ma io ho sentito tutto. anche se non avete avuto il coraggio di chiederlo perché vi sembrava cosa impropria, io l’ho sentito uguale e sì, non la lascio da sola la vostra bambina, ci guardo sempre con occhio un po’ di zia, anche se è grande.
sono parole mute, sono schiaffi, mani che ti stringono il volto prima di un bacio bagnato, quegli occhi nell'orecchio, sono parole di niente.
di niente come quel niente che mi ha detto stefano quando se ne è andato, che niente mi ha detto perché io non c’ero, io non ci sono voluta essere quando era malato. e però lui tutto mi ha detto coi suoi occhi prima di andarsene per sempre e quegli occhi ancora dentro adesso mi parlano e ridono e mi danno un perdono che io non so darmi.
alcuni occhi parlano più della voce, parlano sincero e tu sai tutto dagli occhi. gli occhi dopo ti entrano nelle orecchie perché dentro quelle due biglie sta la verità e a volte è verità di buio che la lingua ha paura a dire, a volte è verità di amore troppo doloroso a cantarsi o di addio afono, senza suono.
tutte le parole-occhi mi stanno nell’orecchio e tutte le riconosco, pure.
stanno davanti a me e mi guardano come in un abbraccio, antico e doloroso.
tutto è pieno di parole intorno a me, tutto è pieno di parole dentro di me.
- e le bugie? le bugie dove sono? chiedo al paguro.
l’animalino si gira e mostra un pugnetto di conchiglie bianche sbriciolate.
- tutto qui?
- tutto qui.
ma io lo sapevo già: solo, volevo vedere.
cammino ancora un poco e mi trovo davanti un cesto gigante di parole-lingua. sono le parole che ti scorrono dentro e ti spogliano tutta e tu quando le senti perdi la spina dorsale e ti afflosci, perdi respiro, posizione eretta, raziocinio tutto. quelle parole d’amore ti segnano la pelle, da dentro te la segnano, rimangono come cicatrici, a memoria, e tu passandoci le labbra sopra, sfiorandole appena con le ciglia, le puoi far risuonare tutte in una musica a cascata.
io guardo le mie parole-lingua e sono tante, tutte d’amore vero e pulito e fortunato.
mi viene tutto d’un tratto sonno, da non tenere più gli occhi aperti.
- scusa…ho bisogno di riposare, sono molto stanca. mi stendo un po’ qui, su queste piccole lingue…su questi piccoli baci.

mi sveglio, davanti al computer, la schiena a pezzi. 
ho fatto un sogno strano…c’era un animale, tipo una vongola…
ah, che stanchezza! oggi al lavoro ho  preparato centinaia di ravioli a mano e quando sono rincasata non mi sono neanche fatta la doccia da tanto ero distrutta. ho semola ovunque, perfino nelle orecchie.
ma mi lavo domani, adesso ho troppo sonno.

lunedì 1 novembre 2010

sandwoman

me ne sto da ore annoiata davanti al computer: mail, blog, facebook, ancora mail…
mi prude un orecchio, sento come se ci fosse qualcosa dentro. il fastidio è tale per cui ci infilo un dito, non riesco a evitarlo. in effetti è proprio così: ho un orecchio pieno di sabbia. non capisco. chiedo agli amici di faccialibro di illuminarmi: come è possibile che io abbia della sabbia nelle orecchie?
pochi secondi e in molti si sbizzarriscono: “sei una fata del mare” (cozze si chiamano, no fate: cozze), “sei una sirena” (magari!), “sarai andata in fondo al mare mentre dormivi” (suggestivo) “è colpa del vento”(razionale)…ecc. ecc.
intanto io continuo a tirare fuori sabbia, ormai se n’è accumulata una certa quantità, sarà almeno un cucchiaio da minestra.
inizio a essere un po’ preoccupata.
poi sento uscire dall’orecchio qualcosa di grosso.
vedo con la coda dell’occhio una cosa piena di zampe e d’istinto grido e mi raggomitolo sulla sedia.
- emmammmia! mai visto un paguro?
- un cosa?
- un paguro. sono un paguro, non si vede? ah, sì, certo! non mi riconosci perché sono senza conchiglia…ma non ho avuto tempo di vestirmi…vorrei vedere te, se ti buttassero fuori casa mentre stai facendo le pulizie!
- macheccazz…?!

allora. io non ho la più pallida idea di come sia fatto un paguro, non l’ho mai visto un paguro io, o forse sì, nella sirenetta mi sembra che ci sia un paguro, o almeno credo, non l’ho mica visto tutto quel cartone, non mi piacevano i disegni.
a me, se mi dici paguro, viene in mente un libro sugli animali che ho letto alle elementari, in quarta, mi pare. mi ricordo che la maestra ardelia ci faceva leggere un libro al mese e poi ci faceva fare un disegno su quello che avevamo letto. la classe, per alzata di mano, votava i disegni più belli da appendere su un cartellone e i miei venivano scelti sempre perché allora ero abbastanza brava a disegnare. mi ricordo però di quella volta che ho letto ‘sto libro sugli animali e mi sono ridotta la sera prima della consegna a fare 
‘sto fottutissimo disegno.
a tempera.
su un foglio A3.
ovvero:


la

morte

nello




s          p          a          z          i          o



I            N            F            I            N            I            T            O




mia madre, pennello alla mano, smadonnava (no, non è vero: mia madre al massimo sbuffa). io, dopo  la prima ora passata al tavolo tipo alfieri, ero talmente in preda all’ansia di non riuscire a portare a termine la consegna, che riuscivo solo a saltellare in cucina tirandomi nervosamente i riccioli (con mia madre che intanto continuava a dipingere al posto mio).
non so per quale misteriosa ragione io avessi deciso di disegnare il paguro.
me lo ricordo distintamente quel disegno. me lo ricordo benissimo per due motivi: primo perché il risultato finale fu, per così dire, originale. e secondo perché mi causò una grandissima umiliazione. ma procediamo con ordine.
io dovevo aver letto che il paguro, quando cresce, si cerca una casa più consona alle sue dimensioni e la storia doveva avermi affascinato. però forse non mi era chiaro il meccanismo o forse avevo confuso il paguro con qualche altro animale descritto nel libro perché io ho poi disegnato, con abbondanza di dettagli, un animale con testa e zampe arancioni (e fin qui può starci), di forma cilindrica, completamente coperto di piccole conchiglie, alghe, coralli, sassi…una sorta di kebab di pattumiera con una specie di gambero che usciva da una delle due estremità. in poche parole: faceva schifo, non sembrava niente. non: “non sembrava un animale”, no, non sembrava niente, non si poteva paragonare a nulla di conosciuto perché allora i kebab manco esistevano a milano, nemmeno in via padova, per quanto strano possa sembrare.
eppure i miei compagni votarono quel disegno. e qui si svela l’altro motivo per cui mi ricordo del paguro. la maestra disse che quel risultato non si spiegava e invitava i miei compagni a votare nuovamente, perché non erano obbligati a scegliere il mio lavoro solo perché solitamente disegnavo bene: se lei avesse potuto votare, non avrebbe scelto il mio disegno perché, semplicemente, era brutto. quindi, in un colpo, la maestra ardelia mi demoliva pubblicamente come disegnatrice, mi privava del suo affetto (questo era quello che ne evincevo io) e per di più insinuava qualcosa che non capivo, tipo che io avessi fatto pressione sui compagni affinché mi votassero. a pensarci adesso, provo ancora un senso di nausea (ma quello forse sono i due etti di lokumi al pistacchio che mi sono scofanata davanti al computer…)
insomma, a me, i paguri mi stan sul cazzo. e questo non fa eccezione.

- scusa ma cosa ci facevi nel mio orecchio?
- beh, cercavo casa e ci sono entrato. è comodo sai?
- ma quando ci sei entrato? (dio, sto parlando con un paguro…)
- quando dormivi!
- quando dormivo?! (...“sarai andata in fondo al mare mentre dormivi”...)
- sì, quando dormivi. senti ma...dov’è finito il mare?
- il mare?
- eh, sì, il mare. di solito c’è tutto il mare intorno.
- ma di solito quando?!?
- di solito sempre. cioè, adesso è...è strano. e  poi adesso tu parli. di solito dormi, nel mare.
- …
- …
- quindi mi sei entrato nell’orecchio quando stavo sott’acqua…a cercare le paroline?
- sì.
- ah.
- ma non è buio? non è sporco? dentro l’orecchio, dico…
- no…cioè sì. un po’ buio lo è, ma non dappertutto. e poi è caldino. vuoi vedere?
- ?
- vieni, ti invito a casa mia!
- nel mio orecchio?
- sì. vuoi?
- va bene, vengo. ma...cosa devo fare per entrare?
- niente, basta che ti togli le scarpe: ho appena pulito il pavimento, era pieno di sabbia.

(
continua. se mi va)

sabato 23 ottobre 2010

i cani neri

grattano alla porta-finestra minuscoli cani neri
piccoli musi di cane senza padrone.
piove, e forte, che fuori è un pieno di rumore  e dentro casa zitto.
solo la stufa soffia,
e anche il vento dal buco nel muro soffia, freddo.
io mi muovo invisibile senza suono
ascolto i cani
e la pioggia
e ogni respiro di stufa.
solo
faccio rumore con la forchetta nel piatto
ma pochissimo,
una lama sul ghiaccio.
sgocciola, fuori,
schioccano gocce sugli alberi
sui cani
nel nero.
la testa del cane mi guarda
muta
dentro.
sa il cane dove guardare
guarda il cane dove non voglio esser guardata.
negli occhi del cane il mio dentro
la mia me di acqua senza il guscio
il cane vede
e lecca
e lecca
e lecca.
io sono la me nascosta
biancovestita
nella bocca del cane
nel buio
in una casa piccola
con una luce gialla
una nidiata di cani-pulcini intorno
la pioggia che allaga le orecchie
io me
annegata
nella bocca del cane.

lunedì 18 ottobre 2010

impossible is nothing (più o meno)

l’altro giorno era uno di quei giorni in cui ti sembra di sprofondare in un pozzo di gommapiuma e soffocarci dentro e mi hanno chiesto che cosa mi avrebbe fatto stare meglio in quel momento. io pensavo solo a una cosa, ma sapevo che era una cosa impossibile da ottenere, tipo come chiedere a un granchio di camminare diritto. allora io ci ho ripensato a lungo, ma dentro non sentivo veramente nulla, nessun desiderio: tutto piatto, proprio da non sapere da che parte iniziare. poi ho guardato fuori dalla finestra. io fuori ho un tavolino con due sedie. mi sono ricordata che fino a non molto tempo fa mi piaceva bere il caffè lì fuori. e mi sono ricordata che ancor di più mi piaceva andare sul canale - che sta in fondo alla stradina- portarmi la mia tazza di caffè e fumarmi una sigaretta guardando le papere. una roba molto da vecchi, sì, ma a me piaceva.
mentre rispondevo alla persona che mi aveva posto la domanda io guardavo fuori dalla finestra ma quel fuori mi sembrava lontanissimo e irraggiungibile e l’idea di arrivare al canale proprio mi atterriva, era ed è un’idea paralizzante. pensavo a tutte le cose belle che avrei potuto vedere ma era come non avere nessun aggancio emotivo ad esse, ecco.
è tanto che non vado più sul canale, pensavo, manco mi ricordo più come si fa, ormai. capace che se arrivo fino a lì mi dissolvo, puff! divento di vapore trasparente, sicuro.
poi però oggi mi sono decisa. mi sono impegnata tantissimo e ce l’ho fatta. ho preparato il caffè, la borsa con il tabacco e la moleskine, mi sono infilata il cappotto pesante, quello verdone col cappuccio di pelo, quello che mi protegge da tutto, e sono uscita con la mia tazza fumante in mano.
una volta fuori non ho più pensato a quanto mi sembrava difficile fare quella cosa. già intravedevo il canale, già sentivo le anatre starnazzare.
mi sono seduta sulla panchina e l’acqua era un po’ nera e un po’ oro che ancora c’era un filo di sole ma già iniziava il buio.
mi sono portata un biscotto grosso alla cannella e l’ho intozzato nel caffè.
mi sono rollata una sigaretta e l’ho fumata.
una paperina di quelle nere col muso bianco, quelle che sembra che portino una maschera neutra sul volto, mi è venuta vicino a becchettare le briciole.
sono passate quattro barche. una di queste si chiamava joie de vivre e a bordo c’era anche un tipo con una fisarmonica rossa. speravo che iniziasse a suonare passandomi davanti e invece no. a me piace molto la fisarmonica.
passando, joie de vivre ha smosso tutta l’acqua dietro di sé. ma l’ha fatto piano, morbida, quasi liquida anch’essa. quando la barca è passata si sono fatte tante ondine regolari come di olio, che sembrava che avessero tirato le lenzuola di un letto dal centro.
faceva freddo ma mi piaceva stare lì, non mi ricordavo che fosse così bello.
uno dopo l’altro sono planati ai lati del canale diversi aironi. uno camminava proprio vicino a me.
io lo guardavo muoversi al rallentatore sull’acqua. poi quardavo anche gli altri suoi parenti e stavo bene.
mi facevano proprio bene dentro.
che gli aironi si muovono sottovoce e sono come una leccata di cane sul muso, calda e tutta di cura, a volte.

martedì 12 ottobre 2010

migrano (per davvero, stavolta)

eravamo sedute al tavolino di un caffè lungo un canale, cristina mi aveva appena detto una cosa bellissima e io le ho viste: uno stormo di oche in formazione a V che passava alle spalle della mia amica, seguendo precisa la linea in cui il cielo da blu smalto diventava di colpo rosarancio.
me lo sentivo che sarebbe arrivato il momento, lo sentivo pedalando sull’amstel l’altro giorno che ormai c’eravamo.
mirna me lo dice sempre che devo fidarmi di me, che devo dar retta alle  mie sensazioni, che io sento giusto.
le oche passavano e le parole mi si sono gelate e mi sono cadute dalla bocca, disintegrandosi sul tavolino di legno.
sono solo riuscita ad alzare un braccio per indicarle:
- guarda…partono…
poi ho perso il filo del discorso, tutto si è mischiato.
nel canale subito dopo sono passate altre oche, tutte in fila. le oche quando nuotano fanno ridere perché tendono a lungo prima una zampa e poi l’altra, poi tutte e due insieme, e sembra che facciano esercizi di danza classica.
io le osservavo passare e dentro di me le salutavo tutte.
quando sono tornata a casa, qualche ora più tardi, ho guardato nel posticino dove le mie oche vanno dormire alla sera ed erano tutte lì, tutte undici.
io lo so che se ne andranno tra poco.
però stasera le ho salutate tutte bene.
adesso possono andare
tanto lo so che torneranno:
sono le mie oche
e le oche tornano sempre.

mercoledì 6 ottobre 2010

migrano

ieri passeggiavo con la vale sul canale davanti a casina e le ho detto: guarda vale! le oche che ho raccontato nel blog! lei ha guardato e ha visto tutte le oche bianche sull’acqua ed era sorpresa, che si chiedeva come mai dormissero nel bagnato e non nell’asciutto. io le ho detto che non sapevo il perché preciso, però sapevo che quel posticino lì dove dormivano è il posto dove fanno il nido e covano le uova e aspettano che nascano i piccoli.
le oche quando si mettono lì sono bellissime, che specchiandosi nell’acqua diventano doppie e sembrano dei baci di dama grossissimi fatti con le meringhe.
a me le oche piacciono tanto: quando dormono, quando camminano, quando volano, quando sbattono le ali, quando ti guardano, sempre sono belle le oche.
ma io lo so che tra un po’ voleranno via, che partiranno per la migrazione.
è tutto il giorno che ci penso e questo pensiero mi rende nervosa, perché non so quando se ne andranno, non mi ricordo in quale periodo le vedevo volare via gli altri anni, non mi ricordo mai niente, io. ho cercato su internet, ma non si capisce, non lo capisco. gli articoli che ho letto si riferiscono agli spostamenti delle oche in italia, non da qui. e poi non so che specie di oche sono queste e quindi non so nemmeno dove sono dirette e quando torneranno.
ma soprattutto nessuno mi dice quando partiranno esattamente. io non voglio che mi dicano “a febbraio”. io voglio che qualcuno mi dica il giorno preciso, così io posso salutarle, tutte, bene. quando si parte per un viaggio ci si saluta, sempre.
come si fa a sopportare una tale approssimazione? come posso stare qui a scrivere, col culo attaccato alla stufa, pensando che magari le mie oche stanno volando via, tutte?
è tutto il giorno che ci penso ed è tutto il giorno che questo pensiero mi rende rabbiosa. ho paura di tornare a casa una sera e non trovarle più, le mie oche: qualcuno mi deve dire quando se ne andranno, con precisione.
che, anche così, non si è mai preparati abbastanza alla migrazione delle oche, mai.