“Grandecompagniadiprenotazionialberghi, buongiorno! Sono Sara, come posso esserle utile?” oppure “Grandecompagniadiprenotazionialberghi, buonasera! Sono Sara, parlo col Signor Tizio Caio?”.
Così, sempre uguale, decine di volte all’ ora, otto ore al giorno.
Per fortuna la mia scrivania è vicina alla finestra.
Quando rispondo al telefono guardo fuori: il canale grigioverde, le terrazze dei dirimpettai, la barchetta rossa accanto a quella nera e bianca. E immagino.
Immagino la faccia di chi sta dall’altra parte del telefono, le sue dita tozze, le rughe della fronte, le unghie sporche, le pellicine strappate o il french. Immagino ventri rotondi, pelli ustionate dal sole, ventiquattrore, lenzuola da cambiare, frigo pieni, olio solare al cocco, maalox.
A seconda delle voci, dei rumori di sottofondo, degli accenti, delle espressioni utilizzate durante la conversazione, mi figuro cucine economiche, televisori al plasma, uffici senza aria condizionata, scarpe dozzinali, scaffali ikea zeppi di libri, cenere di sigaretta nel piatto tra gli avanzi del pesce, tende del salotto ingiallite, il giro di perle, occhiali con le lenti da cambiare, piercing al labbro, gatti rossi, pappagallini, pannolini da cambiare, bollette del gas, bollette della luce, il bmw in garage, la ricrescita scura sotto il biondo platino, la cera ai pavimenti, la spesa alla coop, le pattine.
Immagino la gente e le loro vite: è una delle cose che più mi piace fare, immaginare.