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mercoledì 10 agosto 2011

non basta

non basta
in un frullare di ciglia scambiarsi
i mondi sommersi
-i capodogli e le tane dei castori,
i pesci piccoli e le rane nello stagno-.
non basta mischiarsi le visioni,
i baci nei respiri, la saliva
e il seme con le uova.
non basta tutto questo a dire
ti ho riconosciuto
non basta per dire
amore mio da sempre
mio ritrovato amore.

domenica 17 luglio 2011

in versi inversi: mancamenti

I.
gli occhi sul comodino parcheggiati
trentadue ore su ventiquattro
divelti
sempre aperti
nelle notti come i giorni
tutte uguali tutti uguali
i giorni come le notti
tutti con lo stesso frigo vuoto.
è tutto un vuoto
sono giorni pieni di vuoto
sono giorni esplosi di vuoto.

venerdì 28 gennaio 2011

libera!

e poi arriva il tempo di unire le mani alle labbra
per soffiarci dentro preghiere
e benedizioni senza fine,
parole sottili come collane di margherite
inanellate nel buio della lontananza,
luminose.
non puoi ingabbiare gli acheni dei soffioni,
te ne rendi conto; parimenti
a catturar lucciole per schiarire casa
si fanno solo vittime.
trattieni il bello
lascia scorrere ciò che è fatto per andare
libera ciò che non vuol rimanere
fai pulizia dentro di te.
ringrazia, per quello che è stato
ringrazia.

lunedì 17 gennaio 2011

comunque

Ti amerò comunque
Negli spazi sottili del non esserci
Nel tempo disteso del piano piano.
Agli uccelli e all’acqua il testimone
E alle parole sacre
E agli occhi
Alla saliva mischiata nelle bocche
E agli incastri stupefatti
di carni prima sconosciute.
Ti amerò comunque.
Nel silenzio
Nella sottrazione che moltiplica
Nel bisogno nucleare
del doppio uguale ma diverso
Nell’urlo annegato
che per sempre addormenta.
Comunque
ti amerò, comunque.

niente

l’amico di un mio amico mi ha spiegato che, quando va all'estero, evita di assaggiare cibi nuovi per paura di provare poi il desiderio, una volta a casa, di qualcosa che gli è piaciuto tantissimo ma che non potrà più avere.
ridevamo tutti un po’ di lui, ma io dentro di me pensavo che in fondo lo capivo, che con l’Amore è uguale, che se una volta provi l’Amore e poi non puoi più averlo, dopo solo quella cosa lì vuoi, solo quella cosa lì cerchi, non puoi accontentarti di niente di meno, solo Amore di prima scelta, a cucchiaiate piene, niente sottomarche del discount, niente amori per compagnia, niente.

sabato 15 gennaio 2011

aspettando (non) godo

che cosa sto aspettando non lo so.
sono a questa fermata del bus
immobile, da millecento vecchiaie.
intorno, solo acqua, solo fango
sui pantaloni
e foglietti in una mano: un numero di telefono
un lampone disegnato, un sogno sbruciacchiato.
stavo aspettando un bus
stavo aspettando te.
ma è festa, è festa tutti i giorni
e gli autobus non passano la domenica.
non so più da quanto sto aspettando
non so più perché sto aspettando.

io qui
o schiodo il mio culo e ti vengo a cercare
o è meglio se vado a piedi.

martedì 7 dicembre 2010

nonostante la scadenza


a mia sorella Arianna, 
che sa, che mi sa.


facciamo che ti regalano un cane a natale.
tu non te lo aspettavi proprio un cane a natale, ma neanche al compleanno, a dir la verità. tu non sei tipo da cane, non sei proprio tipo da animali: per te gli animali sono un qualcosa che si muove fuori casa, non dentro.
tu non sei assolutamente un tipo da cane, al massimo potresti essere un tipo da gatto, tutto croccantini e sporadici grattini, ma da cane proprio no.
il cane lo devi portare fuori almeno tre volte al giorno, anche quando piove, anche quando nevica, anche quando hai la febbre. il cane quando è bagnato puzza di cane bagnato e poi anche il tuo divano puzza di cane bagnato e tutti i tuoi vestiti su cui si struscia il cane puzzano di cane bagnato quando piove e di cane non bagnato quando non piove (sempre odore di cane è e non ti piace).
i tuoi genitori non ti hanno mai preso un cane quando eri piccolo e quando chiedevi “perché no?” ti rispondevano “perché poi ci si affeziona troppo”. e non l’hai mai capita fino in fondo questa risposta ma alla fine ti sei convinto che un senso deve avercelo e questo è diventato il vero motivo per cui non  hai mai preso un cane: raggiunta l’età della ragione, non l'hai più voluto per paura di affezionartici troppo.
però ormai questo cane te l’hanno regalato e adesso ti guarda con la testa inclinata di lato e gli occhi rotondi e neri.
nel momento in cui il tuo sguardo incrocia il suo, sparisce dalla tua memoria il monito genitoriale, svapora l’odore di pelo bagnato, le passeggiate obbligatorie si trasformano immediatamente nell’ occasione che tanto aspettavi per condurre una vita meno sedentaria.
il cane ti guarda e tu sei fregato: ti ha innamorato, per sempre.
e tu quel cane inizi ad amarlo come se da sempre lo amassi, come se lo avessi aspettato da sempre ma da sempre lo conoscessi: tu quel cane lo ami come una logica conseguenza del tuo essere, come una liberazione.
quel cane tu  lo ami pur sapendo che quello è un amore che porta scritta la data di scadenza.
un cane vive in media dodici anni. se sei fortunato, quel cane morirà prima di te, quando tu sarai nell mezzo del cammin di nostra vita, lasciandoti col cuore spezzato nella selva oscura. questa sofferenza la leggi tutta nel momento in cui affondi nel suo sguardo, nell’istante in cui il suo guaito ti fa vibrare qualcosa dentro il cranio, alla base del collo, sfibrandoti. la leggi e prontamente giri il cane in modo da non vederla più.
e poi niente. poi tutto cambia.
inizia la tua vita col cane: tu non sei più la stessa persona, il mondo non è più lo stesso.
ti entusiasmi per cose che –non ti spieghi perché- annoiano i tuoi interlocutori quando le racconti: cappottini per cane, guinzagli, giochini, risse tra cani al parco... ti ritieni un incompreso e giungi alla conclusione che solo i Veri Amanti dei Cani possono capirti; in realtà, ti sei completamente rincretinito.
il tempo passa, tu ti dimentichi della data di scadenza del cane, ma questo non è sufficiente a cancellarla.
e il tuo cane –che dal primo giorno non è più un cane ma è Poldo, Mizzi, Whisky, Laika- il tuo cane un giorno si ammala, soffre tantissimo e muore.
di nuovo, tu non sei più la stessa persona, il mondo non è più lo stesso.
ti senti un idiota ora, perché  solo adesso capisci il senso di quella frase, di quel “perché poi ci si affeziona troppo”. quella frase non era completa, quella frase portava in sé la pesantezza insostenibile del non detto: “e se ti affezioni troppo poi stai male, quando non c’è più”.
vedendoti soffrire, ti chiedono: ma se rivivessi oggi quel natale di tanti anni fa, sapendo che ti toccherà patire così, lo riprenderesti Poldo, Mizzi, Whisky, Laika?
e il dolore da schianto ti fa dire MAI, mai lo riprenderei Poldo, Mizzi, Whisky, Laika, se solo sapessi.

ma dentro di te
la tua parte più vera sa
che negarsi il dolore e la morte
significherebbe non conoscere mai quell' Amore di Cani
che ti si è scritto nella carne:
baci animali sulla faccia nella bocca
chilometri di zitto nella pioggia nella neve nel sole
il braccio tuo fra i denti suoi
la rabbia tua, a cazzo.
il perdono suo, sempre.
e tutto il resto, incondivisibile.

se potessi ricominciare col tuo Poldo, Mizzi, Whisky, Laika, ricominceresti.
se potessi ricominciare con il tuo Matteo, Marta, Giulia, Enrico, ricominceresti.

giovedì 16 settembre 2010

spiegami

spiegami:
se tu mi spieghi io capisco,
devi solo spiegarmi.
io poi ti ascolto attenta
tutta zitta ti ascolto
non ti interrompo
mi faccio tutta di mani aperte
mani di rete per le tue parole sbriciolate,
se tu mi spieghi.
tu mi devi spiegare
ché se no io impazzisco
una spiegazione sulla faccia me la devi dare
una spiegazione negli occhi
una spiegazione me la merito, dico io,
si spiega anche ai bambini.
spiegami, per favore,
fai lo sforzo di guardarmi
guardarmi e spiegarmi
spiegarmi tutto.
io sto zitta
io ti ascolto
io non ti interrompo
ma tu devi spiegarmi.
spiegami,
spiegati,
spiegami tutto sul muso.

spiegami, amore mio
spiegami, porcoddio.

domenica 8 agosto 2010

dFAM10 o l'iguano innamorato bis

torno a casa distrutta. appoggio la fronte alla porta prima di infilare la chiave nella serratura ed entrare in casa: sono stanca, di tutto. stanca del lavoro, stanca di tutta questa pioggia che mi ha infradiciato perfino le mutande, stanca di sentirmi inadeguata e sola, stanca dell’insonnia, stanca di lamentarmi e di fare il verso al brutto anatroccolo. stasera non ho voglia di sorprese, mi basterebbe trovare il mio iguano che dorme e stendermici accanto.
apro la porta, accendo la luce. da sotto il letto sbuca il codone di ivano e si sente un mugolio come di sirena.
- che ci fai lì sotto?
- come che ci faccio? mi dispero, non si capisce?
- ah. e disperarsi sotto il letto fa bene?
- sì, molto.
- ma più che disperarsi a tavola o sul divano?
- assolutamente. non c’è paragone.
- è fatta: vengo sotto il letto con te.
- prendi dei kleenex allora. e un chinotto, già che sei in piedi.
- un chinotto?
- sono tre ore che piango, ormai mi sono disidratato. guarda che pelle…
- e non potevi bere?
- ma ti pare? ero impegnato a disperarmi. e poi così ti faccio sentire utile, che ne hai bisogno.
- ah. grazie.
con due chinotti e un pacco di kleenex striscio sotto il letto e mi impano di polvere. si vede che sono ingrassata, il culo mi rimane mezzo incastrato di fuori.
- ma perche sei triste?, chiedo.
- per ilaria.
- ti dispiace che se ne sia andata?
- sì…
- e poi?
- io…io mi ero innamorato di lei. ma proprio tanto. che quando vedevo i suoi piedi così lunghi diventavo tutto un bollore. non ho mai conosciuto una ragazza con piedi più belli, mi ricordavano quelli di mia mamma.
- …
- e poi sapeva arricciare la lingua in un modo così…così arrapante. la faceva diventare tutta come un pizzo ad ondine oppure la trasformava in un cuoricino. quando le dava forma di cuore sembrava che la sua bocca contenesse un piccolo bacio, sembrava una scatolina porta-anello. avrei voluto avere io una lingua così.
- mmm…e gliel’hai detto? cioè, non dei piedi e della lingua…le hai detto che ti piaceva?
- no. non ho fatto in tempo.
- e perché?
- è partita troppo presto. ma il fatto è un altro. ilaria non faceva che parlare di me, ma in realtà non mi vedeva.
- ma come, non ti ha visto?
- no, mai. diceva di vedermi, ma quando parlavo, ad esempio, guardava sempre dalla parte sbagliata. sembrava sentisse, ma credo avvertisse solo un brusìo. vedeva quello che voleva lei. o forse quello che riusciva a vedere. solo una volta, mentre le accarezzavo piano i piedi quel giorno che vi siete addormentate sul divano, lei si è svegliata e per un momento mi è sembrato che mi vedesse. ma credo che abbia pensato che fosse tutto un sogno…
- ma guarda che ilaria è così, è un po’ stordita…ma io lo so che le piaci, me l’ha detto tante volte.
- lo credevo anche io, sai. però mi sa che a volte le persone preferiscono vedere solo quello che le fa stare bene. forse quando si è resa conto che ero veramente un iguano che fuma sigari puzzolentissimi, un iguano con una coda ingombrante e lo smalto sulle unghie…forse ha preferito pensare che fossi un iguano d’invenzione.
- …
- io avevo imparato anche tutto il time warp per lei…
- sì, lo so. e sei molto bravo a ballarlo…
- …
- …
ivano emette una specie di guaito straziante, tipo i gatti quando non riescono più a scendere da un albero o hanno paura a stare nella gabbietta per andare dal veterinario. alterna mugolii a rumorose succhiate dalla cannuccia del chinotto.
- ma tu…tu mi vedi, vero?
- certo che ti vedo, rispondo.
- e pensi che ti potresti innamorare di me?
- ma io sono già un po’ innamorata di te.
- …AH. ma non è che sai arricciare la lingua come ilaria, tu?
- no, mi dispiace.
- peccato. mi sei simpatica e ci hai pure le tette grossette come piacciono a me, magari sarebbe nato qualcosa, ma se non sai arricciare la lingua…hai pure i piedi piccoli!
- …eh, non siamo mica tutti perfetti…
abbiamo finito il chinotto. e anche con la scatola di kleenex ci abbiamo dato dentro. sono tanto stanca, è straziante vedere il mio iguano così.
- senti, vuoi che ti balli il time warp?, mi dice ivano iluminandosi in viso.
- sì, per favore. e dopo mi metti a letto?
- dopo dormiamo belli e dannati come riff raff e magenta. io faccio magenta, ovviamente.
- ovviamente.

lunedì 26 luglio 2010

in questi giorni, l’ho detto, sono sempre stanca, dormo troppo poco. siccome ho sempre sonno, sono anche più distratta e così ieri, per questo, mi sono affettata un dito al lavoro. un bel pezzetto di pollice se n’è fuggito via: dove, esattamente, non lo so (ma comunque non stavo cucinando niente di vegetariano, per cui non è un gran problema). era una fettina finafina di pollice, tipo salame milano in vaschetta all’esselunga. era lì, dove adesso c’è una specie di occhio rossato che mi fissa.
io e il mio dito dimagrito ci guardiamo e io mi chiedo: ma ora che mi manca un pezzetto, soffrirò un po’ meno il mal d’ammòre? cioè, la quantità di mal d’ammòre che stava su quel tocchetto di pollice se n’è andata con quella striscetta di carnina oppure è saltata dal pollice all’indice, appesantendo tutto il resto del mio corpo? o, effettivamente, mezzo centimetro quadrato di me, fa anche mezzo centimetro quadrato di sofferenza in meno?
io dico che è così, l’ultima che ho detto, perché quella parte lì di me adesso non può più provar dolore: non c’è più.
ma se è davvero come penso, io domani chiedo a davide-sensei-chef di passarmi all’affettatrice e di farmi tutta a fettine finifini e sottili, come salame milano, che così poi magari, nella vaschetta del reparto frigo dell’esselunga, riesco pure a riposare.

***

- sono 64 chili e mezzo. che faccio? lascio?

venerdì 9 luglio 2010

sbavature

ho una lisca di balena nel petto.
e vi assicuro che non è esattamente come avere del prezzemolo tra i denti.

giovedì 8 luglio 2010

amata torta pane

oggi ho maltrattato le melanzane, ho preso a pugni la pasta frolla, ho trascurato l’insalata, non mi sono curata della cottura delle fettuccine, ho dimenticato – e bruciato – il pane in salamandra.

mi hanno detto che dovevo metterci un po’ d’amore in quello che facevo, che mentre amalgamavo il composto dei flan sembravo un muratore che impastava la malta.

a me ‘sta cosa qui che mi hanno detto mi ha fatto un po’ girare il culo perché so che è vera. io stavo lavorando male, senza un briciolo di passione, e me l’hanno fatto notare. e io odio che mi si faccia notare che sono in difetto, che faccio male una cosa.

io di amore ne avevo tanto fino a poco tempo fa, ero tutta un traboccare di amore, ero amore in entrata e amore in uscita, amore a/r. avevo così tanto amore che me ne avanzava e in qualche modo dovevo usarlo quell’amore, non volevo sprecarlo. così ho iniziato a fare tutto con amore: compravo il biglietto del tram con amore, pulivo i calamari con amore, sceglievo i fiori con amore, salutavo i vicini con amore. pure le bollette pagavo con amore e mi sembrava anche di andare al cesso amorevolmente. ho reso la mia vita una specie di polpettone amoroso, un pot pourri di avanzo d’ammòre. detta così suona un tantino raccapricciante, però vi assicuro che non era poi così male, anzi.

poi, non ho capito bene cosa è successo: un intoppo nei flussi amorosi, un cambiamento nelle rotte dei voli amorevoli che ora sono solo di andata e niente ritorno e io mi sono trovata con un amore tutto sbriciolato tra le dita, una cosa un po’ tristanzuola che non capisci neanche più bene cos’è, una cosa che voleva essere una sacher torte, un mont blanc e invece è, boh…è una torta pane senza il pane.

quindi se l’amore che mi è rimasto è tutto lì, tutto in quella torta pane senza il pane, ditemi voi se è pensabile trovare amore d’avanzo da mettere in quello che faccio, in quello che cucino. ditemi voi se sapete dove trovarne, di amore per lavorare, per cucinare, ma anche solo per dormire un po’ col respiro tranquillo. che magari esistono dadi d’amore o bustine di amore solubile per tutte le occasioni, ma io niente, qui non ne trovo; sarà che sono per le cose naturali e dei succedanei mi fido poco, ma per ora nisba: se lo devono essere preso tutto ai saldi l’ammorebello perché qui non ne è rimasto nemmeno un cucchiaino da caffè, nemmeno un sorso piccolo di cannuccia.


mercoledì 7 luglio 2010

nel pozzo

una lingua
nera
che mi lecca di dentro
è il tuo silenzio.
una lingua
fredda
che mi spalanca gli occhi
e m'ingela il pensiero.

mi lappi
muto
nel tuo buio.
e mi tiri giù.

lunedì 5 luglio 2010

mi hanno scambiato la spina dorsale

devono di nuovo aver scambiato la mia spina dorsale con quella di un brontosauro, il mio scheletro pesa ora tonnellate.
fuori, per contro, ho pelle di fantasma, una placenta rinsecchita. una pelle fina fina come quella carta fina che usava una volta il mio macellaio, il signor cesare: una carta poco più che velina, una pellecarta che impacchetta ossa mischiate di mammuth o stegosauro o triceratopo, non so bene.
alzarsi dal letto con quella pelle fina con dentro quelle ossa che son come dei massi, è una fatica da non dirsi, è subire un'ingiustizia, e ti senti pure un poco perculata, che imprese così non le si affronta senza un preavviso, anche di poco. tutto il giorno è uno sbandare, una nausea e una vertigine fino a sera, che non vedi l'ora di ficcarti a letto e metterti a dormire pur sapendo che domani sei da capo.
mi ci vorrebbe un sarto delle ossa, una mano sicura, che mi riprendesse le misure per benino e mi mettesse tutta a nuovo, uno splendore.
poi, vestita di ossicina giuste e di pelle appena appena, di vertebre azzeccate e di pesi calibrati, io sarei donna di ali sottili-uccello, donna leggerissima ed equilibrata.
chissà come sarei tutta leggera ed equilibrata, tutta di ali di uccello. chissà quante cose potrei vedere volando su su con quelle alucce di rondinina.
sarei una cosa nuova, una cosa che forse non son io.
una cosa che forse non son capace.

e allora non m'arrischio e sto così: un po' brontosaura, un po' brontoloSara.


domenica 4 luglio 2010

che si fa con un cuore spezzato?

ma se ti si spezza il cuore, cosa fai? dove lo porti, il tuo cuore spezzato, per farlo sistemare? e che gli fanno poi? te lo steccano, gli danno dei punti, lo incollano con l'attack, lo graffettano? ne fanno ciondoli per i reciprocamente innamorati? o puoi portarlo indietro e te lo cambiano?
ditemi, fatemi sapere se mi serve uno scontrino, un numerino e a che sportello devo far la fila.
che qui è tutto uno sbriciolìo di cardio, è tutto un trito fino per soffritto.

venerdì 2 luglio 2010

quando tu non sei con me

di desiderio mi si spaccano le ossa
quando tu non sei con me.
nel caldo molle del meriggio e nell'assenza
nel vuoto sporco dei cassetti
della metà sfondata del mio letto di pisa
che tutto d'un lato - il mio - si sprofonda:
tutta mi riempi
tutta mi costringi
m'affondi m'anneghi e mi respingi.
sei di acqua
sei di segno fatto d'acqua
sei di sputo e di saliva.
son me senza di me
sono una mini-me
son la mia metà di me
quando tu non sei con me.

giovedì 1 luglio 2010

di carne aspetto

ma quando fuori
dal tuo io mi metterai
sentirò il taktak netto
la sforbiciata, il ferro
la lama che fa doppio?
mi servirai lo schiaffo, la cinghiata
con gli occhi tuoi su un piatto a colazione?
o aspetterai che tutto faccia sonno
pantano
dimentichìo lontano?
sono qui di carne
di carne e di cuore macinato.
io ti aspetto
su labbra di carne ti aspetto
rasoiata o bacio di saliva
io ti aspetto.

mercoledì 30 giugno 2010

spiumata

fuori ingiorna sempre più prima
e annotta sempre più dopo.
spiumata sotto il piumone resto
a lungo, troppo a lungo.
respiro piano, cortamente:
gli occhi come morti,
la testa un criceto
in centrifuga impazzito.

io devo solo stare
nel qui e nell'ora,
in paroline corte
senza memoria.

sei una figurina lontana

sei una figurina lontana
disegnata piano,
sei di tratto spezzato ma chiaro.
ogni tanto lanci un urlo, un insulto.
fai introspezioni e rifletti,
mi rifletti.
io, muta, mi faccio pietra
occhio sbigottito
parola sbriciolata tra le mani
becchime di pensiero instupidito.

venerdì 18 giugno 2010

cose di sbagli

mio padre, quando ero piccola, lavorava come impiegato in banca.
un anno, sotto natale, mi porta là dove lavora. ricordo un atrio molto illuminato con il pavimento lustro. ci sono tanti genitori e tanti bambini e c'è pure un tavolo, un banco lunghissimo pieno di giocattoli. la mia memoria mi restituisce l'immagine sicuramente distorta di una montagna di giocattoli alta fino al soffitto. i bambini sono stati invitati per scegliere un regalo e a me non sembra vero. non ricordo dei giocattoli in particolare, ricordo solo quello che avevo scelto: il camper di barbie. con il camper avrei potuto far andare barbie in vacanza tutto il tempo, avrebbe potuto seguire un circo con gli acrobati e girare il mondo. mi sono sempre piaciuti gli acrobati. indico il camper a mio padre e lui sorride e mi dice che quello purtroppo non posso averlo, che ho capito male, che non è che posso scegliere proprio tra tutti i giocattoli, no, devo solo guardare quelli nella prima parte del bancone. probabilmente, realizzai più in là negli anni, i genitori avevano pagato una quota destinata al regalo dei figli e la banca aveva diviso i giocattoli in base al loro valore economico, non ne ho idea.
io so solo che mio padre mi dice che non posso avere quel regalo dopo che tra tutti i doni l'ho eletto come il preferito, come quello che fa per me, quello che vorrei più di tutti. devo rinunciarvi, devo desiderare qualcos'altro. e questo qualcos'altro lo devo desiderare dentro dei confini ben precisi, non è che posso desiderare quello che mi pare. ma come si fa a cambiare i propri desideri così, solo perché ti dicono che devi farlo? puoi scegliere qualcosa di diverso, ma non desiderarlo realmente, penso. fatto sta che io scelgo qualcos'altro, in mezzo a quell'abbondanza, ma un po' mi viene da piangere, non mi sembra giusto. ripiego su una bambola dal vestito rosso in una scatola grande. almeno ho la soddisfazione di un pacco grande. da piccola i regali nei pacchi grandi mi sono sempre piaciuti. una volta a casa però la bambola si rivela una delusione: sorrideva ed era grande ma non poteva girare il mondo e unirsi al circo coi leoni e gli equilibristi, quella bambola non andava da nessuna parte. io facevo finta che mi piacesse, era così grande che non poteva non piacermi, mi sforzavo di farmela piacere, ma no, quella bambola non avrebbe potuto mai essere come il camper di barbie, poteva solo sorridere e stare ferma.

ecco, a volte succede così.
nella vita da grandi, intendo.
nelle cose d'amore.
che ti dicono che hai vinto alla lotteria e tu esulti e non ci credi e però sembra proprio così e poi invece no, no, ci siamo sbagliati, ci dispiace, però c'è il premio di consolazione, però abbiamo una bella bambola col vestito rosso in una scatola grande.

premio di consolazione un cazzo. scatola grande 'sto par de palle.
io indietro non ci torno.
a me, se mi ricapita, la prossima volta, piuttosto che scegliere la bambola che ride nella scatola grande, dietro il circo degli acrobati ci vado a piedi. scalza. con la barbie sotto braccio, ovvio.
che a me, coi premi di consolazione e coi ci spiace, mi avete davvero scassato la minchia.