sabato 28 maggio 2011

forse ci sono delle news

non sono scomparsa in questo periodo e non ho perso interesse ne lasaRamandra.
solo, la testa corre, ha ripreso a girare ai duemila all’ora e non le sto dietro.
quando capita è faticoso, perché non riesco a imbrigliare i pensieri, ma è anche un bene, di solito, perché sono i momenti più creativi, in cui mi vengono mille idee.
spesso sono purtroppo idee poco realistiche poiché in quei periodi mi sento piena di un’energia che presto mi abbandona, ma vabbè, si tratta solo di imparare a capire che cosa è realizzabile e cosa no:  conto di riuscire a farlo prima di quella crociera sulla luna che ho progettato per il mio quarantesimo compleanno.
questo mio altalenare continuo è il motivo per cui di solito evito di parlare troppo presto, prima di essere certa di quel che sarà: per timore di tirarmi la sfortuna addosso, per pudore di raccontare cose che ancora non sono, per non disattendere le aspettative mie e altrui.
nell’incerto c’è però tutta una spuma di eccitazione, ci sono i brividi dentro, le farfalle nella pancia tanto simili a quelle dell’innamoramento.
e quel friccicore è bello, è così vivo.
e allora perché non dirle, le cose insicure? è solo il loro esito ad essere dubbio, il loro presente è pur sempre reale, fatto di persone reali che fanno rete intorno.
persone che non legano, ma che tengono.
che fanno il nido e vegliano su uova piccole.
che hanno occhi ragazzini profondi, uguali e diversi dai miei.
persone pure.
le idee si intrecciano, si annodano, si infilano negli spazi vuoti del pensiero e infine germogliano.

quindi ora piano piano vi dico
che sto covando
insieme a un’amica uccella custode di parole
delle storie di buio, delle magie
che avranno anche dei Disegni di buio.

e da un’altra parte
lontana e vicina
a casa-milano-e-dintorni
si sta pensando di mettere in scena un mio racconto lungo:
“hanno ucciso barbapapà”, si chiama.

le mie parole a teatro
le mie parole coi disegni.

forse.

è tutto un forse: i disegni, il teatro, le storie che chissà se riesco a vederle tutte nella testa e a scriverle comprensibili.
forse però ce la faccio.
forse.
voi però non andate via, vero?

venerdì 20 maggio 2011

saspensss

a casa mia non ci si vuole mai fare preoccupare, allora se ti spacchi una gamba non telefoni subito a casa per avvertire, no, aspetti almeno di essere uscito dal pronto soccorso.
una volta uscito aspetti ancora un po’, che pensi che se mamma ti vede col gesso, le viene un infarto.
poi pensi al giro di chiamate che di norma parte subito dopo la comunicazione della notizia e a tutte le spiegazioni che dovrai dare al parentado (come hai fatto, ma quando, ma non dovevi essere al lavoro a quell’ora, no, nonna, mi hanno cambiato i turni) e aspetti. qualche giorno.
uno di quei giorni però succede che mamma ti viene a trovare a casa a sorpresa e tu l’accogli con le stampelle e a quel punto lei si incazza e quando mamma si incazza (succede una volta ogni dieci anni, un po’ meno se ti viene un brufolo e non metti i manifesti) diventa peggio dell’idra di lerna.
mia mamma si incazza se non le dici le cose, però poi lei è quella peggio di tutti noi: lei non ti dice niente, mai.

ieri notte mia mamma mi scrive una e-mail in cui mi chiede come sto e mi racconta che ha visto un libro per bambini che le ha ricordato il mio libro preferito di quando ero piccola, il bruco raimondo, e allora mi ha pensato. mi ha detto che era dispiaciuta di aver dato a mia cugina tantissimi anni fa quel libro visto che poi lei me lo aveva fatto a pezzi e allora si è informata e il bruco raimondo è del settantasei, magari da qualche parte lo si trova ancora, se lo trovo te lo compro.
va bene, mamma. anche se di anni adesso ne ho trentatrè, va bene. so cosa sono i sensi di colpa, sono la regina dei sensi di colpa: vai e cerca il bruco raimondo, se ti fa stare meglio, penso.
epperò invece poi le chiedo semplicemente il perché di tutte queste ansie e malinconie e lei stamattina mi risponde, ma no, niente, cose così…e poi sai, oggi non sarà una giornata tanto leggera, oggi ci dicono se licenziano o mettono in cassa integrazione.
oggicidiconoselicenzianoomettonoincassaintegrazione.
così me lo scrive, liscia.
chissà da quanto lo sapeva, che oggi non sarebbe stata una giornata tanto leggera, però non mi ha detto niente, per non farmi preoccupare.
alle dieci le mando un sms: hai saputo qualcosa?
risposta: ancora nulla.
gli piace, a quelli della ditta di mia madre, creare la suspance.
mica che hanno detto: alle undici vi diremo chi da domani è senza lavoro. o alle dodici o all'una o alle quattro. no: gli hanno detto semplicemente “domani”, che uno così fa tempo a morire migliaia di volte.

io lo so come ha fatto oggi mia madre, che lei è la regina dell’Ansie Molteplici e Riunite. 
mia mamma stanotte non ha dormito, per questo mi ha scritto tardissimo, poi stamattina si è fatta la doccia, ha bevuto il caffè e ha cercato di nasconodere le occhiaie con un po’ più di fondotinta. non ha fatto in tempo a comprare la repubblica da maxia, ma maxia gleila terrà per la sera, per quando torna. poi è andata a prendere la macchina e le tremavano le mani e uscendo dal parcheggio le hanno suonato e lei si sarà spaventata che mia mamma si spaventa per tutti i rumori, poi con lo sguardo di animale selvatico è andata al lavoro, come tutti i giorni, ma più agitata e selvatica degli altri giorni.
ha iniziato ad aspettare e ha continuato a farlo per ore.
gli piace, a quelli della ditta di mia madre, creare la suspace.
mesi fa, avevano minacciato i licenziamenti a muzzo e tutti hanno gridato: ohhhh! nooo!
e allora, ta-dan! facciamo il patto di solidarietà: rimaniamo tutti, anche chi non fa un cazzo e lo stipendio lo sbafa da mò e andava licenziato il secolo scorso, rimaniamo tutti, lavoriamo meno ma tutti.
a ‘sto giro, che è primavera, i capoccia hanno pensato di fare un send-away anziché un give away: licenziamenti o cassaintegrazione.
licenziamenti o cassaintegrazione?
non è dato di sapere, che la suspance, l’abbiamo detto, a loro ci piace.

nel frattempo la gente mormora. mandano via lui, lei no di sicuro, lei per forza, lui tanto ci ha la moglie architetto che fa un sacco di soldi e chissenefrega se rimane a casa.
nel frattempo si mangiano le unghie, le pellicine fino a farsi sanguinare le dita, si pensa al mutuo, ai bambini che vanno a scuola, alla macchina.
si pensa all’altra che come cazzo ce la porto a cortina, si pensa al nido che come lo pago a mattia il secondo anno, si pensa a jana che mi tocca licenziarla e adesso chi me le stirerà le camicie diobono, che mia madre è artritica.
c’è chi ma io me ne sbatto, meglio, me ne sto a casa, prendo i soldi e mi trovo un lavoro in nero, faccio i capelli, faccio le cerette a casa che sono brava.
c’è chi io mi ammazzo, c’è chi io lo ammazzo, c’è chi io li ammazzo tutti e poi mi ammazzo io, anzi no, vaffanculo, io dopo scappo in messico.

a noi ci piace la suspence.

1 sms ricevuto
da: mamma
ore: 13.12
testo: "fioccano lettere. sul mio piano: restiamo in pochi. per il momento non sono ancora stata nominata".

non. ancora.
gli piace proprio, a quelli della ditta di mia madre, creare la suspace.

martedì 10 maggio 2011

l'agro dolcino

oggi ho scritto di una cosa che ho visto stamattina.
mentre la scrivevo pensavo di postarla qui, poi invece, siccome in quella cosa ho parlato molto degli olandesi, ho deciso di metterla sull'altro mio blog, quello di amsterdam, sul sito di zingarate.com.
però poi boh, mi è rimasto un senso di insoddisfazione, di incompletezza, come quando hai voglia di un dolcino a fine pasto ma in casa non hai niente e ti sembra che tutta la cena sia priva di senso, senza quel dolcino.

ecco, è un po' come se mi fosse andato di traverso l'ultimo boccone, a non sapere se ho messo quel racconto nel posto giusto, che forse casa sua era qui e non là.

vabè, ve lo linko e bona lì.


sabato 7 maggio 2011

semplicemente stare

alla gelateria dove lavoro ci sono i clienti abituali, come dal panettiere, dal fruttivendolo, dal salumiere.
io me li ricordo i clienti abituali, anche se in questa gelateria ci ho lavorato due stagioni fa e non l’anno scorso. li riconosco quando entrano e molto spesso ricordo anche quali sono i loro gusti preferiti. mentre sono lì che mi dicono coppetta o cono, piccolo o medio, io me ne esco con “stracciatella, melone e nocciola” e loro rimangono basiti e mi chiedono come faccio a indovinare quello che vogliono ordinare, pensano che io abbia i poteri magici. sorrido, perché loro non si ricordano di me, ma io di loro sì.
tra i clienti abituali ci sono quelli a cui mi sono affezionata e quelli che sbologno alle colleghe appena posso. 
tra gli sbolognati due estati fa c’era il vecchio che si asciugava con la mano il moccico perennemente colante e poi pescava il cucchiaino dal mucchio anche se gliene mettevi dodici nella coppetta e la signora che ordinava sempre otto coni da portare via (ovviamente con panna, zuccherini, granella di nocciole e fuochi d’artificio inclusi).
poi c’era il signore col testone insieme ai tre figli coi testoni.
io odiavo i bambini testoni che arrivavano, urlavano, lanciavano il pallone per il negozio, leccavano la vetrina, toccavano i coni.
ma più di tutti odiavo il padre testone che non diceva loro niente.
soprattutto, l’ho odiato la sera in cui si è dimenticato all’ora della chiusura il figlio più piccolo in negozio.
un bambino di quattro o cinque anni. se l’è scordato.
l’abbiamo tenuto, io e la mia collega, su una sediolina, ad aspettare.
gli dicevamo “adesso vedrai che torna, il papà”, ma in realtà non eravamo mica sicure.
soprattutto dopo quaranta minuti.
il bambino testone stava in silenzio e guardava fuori, nel buio. tormentava le dita sottili del suo tirannosauro di gomma, muto.
“dove abiti? lo sai il tuo numero di telefono?”, gli chiedevamo. ma lui non rispondeva.
alla fine l’abbiamo portato fuori e gli abbiamo domandato se conosceva la strada di casa. la conosceva e la mia collega l’ha accompagnato fino al portone. il padre era in casa, con gli altri figli e la compagna: stavano guardando la tv.  hanno ringraziato la mia collega, sorpresi, come se avesse riportato loro un panno caduto nel suo giardino dal loro stendibiancheria.
quel bambino è rimasto in gelateria un’ora da solo. un’ora da dimenticati a quell’età è un tempo infinito che non ti permette rabbia ma solo angoscia e terrore.
io odiavo il padre testone e non sopportavo il fratello di mezzo che quando arrivava faceva più confusione di una scolaresca in gita. strafatta di cocaina.
non era tanto a posto quel bambino, mi sa. iperattivo forse, sofferente di sicuro. difficilmente gestibile certamente.
epperò io facevo la commessa, io dovevo riempire i cestini di coni, gli scaffali di coppette, fare palline di gelato, stop.
io facevo la commessa e non più l’educatrice, quindi: sticazzi, quel bambino mi dava fastidio.

adesso ho ripreso a lavorare in gelateria e sono tornati tutti i testoni, tranne il più grande.
il fratello dimenticato è un fiore, tutto solare e affettuoso con quello di mezzo.
quello di mezzo è…è un fratello testone e basta.
non fa schiamazzi, non dice parolacce.
non lancia il pallone contro il muro.
cammina e non corre.
sa ordinare il gelato da solo senza tirare cazzotti alla vetrina.
è curioso, ogni volta chiede di provare un cucchiaino di un gusto diverso.
è quello che si definisce un bambino “adeguato”.
però quel bambino testone adesso è solo un testone.
del bambino io non ci vedo più niente.

prima mi cercava con lo sguardo, nella sua confusione. voleva sempre ordinare a me il gelato. forse perché nonostante tutto avevo la pazienza di ascoltarlo anche quando non riusciva a scegliere e sbatteva la testa contro il vetro del banco frigo.
o forse, boh, non lo so.
so però che mi guardava, dentro gli occhi, nel fondo.

io adesso, quando entra, ogni volta vedo un bambino di cartone, uno zombie.
mi fissa con due occhi che mi trapassano, due occhi che ci vedi dentro solo il marrone e basta.
due occhi di drogato stanco.
sono occhi che non gridano più e che non sputano
sono occhi che non stanno bene o male
sono occhi che
semplicemente
stanno.


io voglio fare la commessa, io voglio riempire i cestini di coni, gli scaffali di coppette e fare palline di gelato, io voglio non pensare a niente.

mercoledì 4 maggio 2011

per farli dormire

mangia, rossana, mangia…brava coniglia, brava.
rossana è la coniglia più cicciona di tutti i conigli della zia candina, è più cicciona anche del grigio, anche se mio fratello dice che no, che il grigio è più grosso. ma mio fratello non capisce niente, è piccolo. e poi è cecato, infatti tutti lo chiamano puffo quattrocchi perché porta gli occhiali ed è pure basso. meno male che io sono grande e non ci ho gli occhiali. sì, vabè, porto l’apparecchio, ma quello è temporale…cioè, voglio dire, poi lo tolgo, quando avrò i denti dritti. a mio fratello gli occhiali mica gli aggiustano gli occhi, anzi.
guarda come è bella cicciona, la rossana. a me piace il codino della rossana, che è rosso rosso e sotto è un pochino bianco. è per il codino che l’abbiamo chiamata rossana.
guarda, vieni qui vicino, infila un dito nella gabbia. no, non ti morde, è brava, la rossana, si fa accarezzare tutto il morbido.
abitiamo lì, su in cima al curvone, dove finisce il campo di franco. come non sai chi è franco? vabè, non importa. lo sai il curvone? la sai la vigna, quella che finisce al curvone? ecco, dopo la vigna, c’è la nostra casa, cioè la casa dei bisnonni.
i bisononni non ci sono più a dir la verità, siamo qui con la nonna.
sì, la bisnonna l’ho conosciuta, il bisnonno no.
sì, so anche cosa facevano: la mia bisnonna faceva la cuoca a milano per dei conti che è come dire dei principi ma un po’ meno di lusso e il mio bisnonno invece faceva il maggiordomo. a lui piaceva il re e ha votato per la monarchia, dice mia nonna, mentre la mia bisnonna…a lei non lo so se le piaceva il re, lei faceva i tuffi ad alassio quando c’era il sole.
no, no, non aprire la gabbia, la zia non vuole: se le facciamo scappare i conigli poi ci tira gli zoccoli. è affezionata, la zia, ai suoi conigli.
no, noi non viviamo qui, siamo qui per le vacanze, siamo di milano, noi.
no, qui non mi piacerebbe vivere: c’è solo una televisione piccola, i canali si vedono male e non si prende neanche italia uno e così non possiamo neanche vedere i cartoni al pomeriggio.
eh, sì, lo so, però che pizza! tutti che mi dicono che devo stare fuori a giocare invece di guardare la tivù. ma io mi stufo anche, eh! facciamo sempre le stesse cose: dar da mangiare ai conigli, alle galline…andare a cercare le fragoline di bosco, raccogliere le amarene…che poi a me fanno anche schifo le amarene, sembrano ciliegie andate a male.
ecco, guarda! quello è il grigio! ma ti pare che è più grosso della rossana? no, vero? vedi che mio fratello è cecato? vabbè, poverino, è piccolo…
sì, ce li ho gli amici qui. si chiamano simone e giuseppe. ogni tanto però litighiamo. tipo ieri. ci hanno frustato nelle gambe coi rami di salice, a me e mio fratello. io non ho pianto, lui sì invece, ma lui non capisce niente, è piccolo. e ci ha pure gli occhiali. così gliene hanno date ancora di più. gli dicevano “al galoppo, puffo quattrocchi, al galoppo!”. e mio fratello giù a correre e frignare.
però dopo sono venuti a chiederci i giornalini e la macchinina telecomandata, quindi vuol dire che siamo di nuovo amici.
tieni, dalle questa alla rossana, dalle la foglia del soffione, che le piace.
no, loro non ce li hanno i giochi come i nostri, loro hanno i giochi di qui, cioè, se li fanno. eh, giochi tipo la fionda o altri giochi da farsi male. a noi nostra mamma non ci fa giocare con quei giochi. allora io l’altro giorno ho rubato la fionda a simone mentre era nel campo che tagliavano l’erba, gliel’ho rubata e poi con mio fratello siamo andati nel fienile e abbiamo giocato a tirarci i sassi. guarda, guarda: con una pietra gli ho anche fatto un taglio piccolo nella testa! è anche uscito un po’ di sangue, ma poi io ci ho sputato sopra e ci ho messo un fazzoletto e ha fatto la crosta e mia nonna non si è accorta di niente. forte, eh?
ehi, ciao, ercole! vedi? quello è ercole e quello è lo zio dino, sono il figlio e il marito della zia candina. loro sì che vivono qui, infatti si vestono da poveri. no, non è che sono poveri, ma si vestono da poveri, come tutti qui in montagna. sono sempre sporchi, coi buchi nei pantaloni. e poi puzzano. guarda, stanno andando sul letamaio. ci credo che poi puzzano.

ciao ercole.

mh.

oh, guarda, portano a spasso i conigli, per le orecchie.

perché li liberano?

perché gli danno una botta sul collo?

dice: “per farli dormire”.

anche la rossana.

e poi con la roncola a fare riiiiiiiiiiiip per tutta la pancia e tutte le budella e gli intestini viola e grigi a scivolare sullo sterco di vacca e poi riiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiip di nuovo e via la pelle, via nello sterco di vacca tutto il pelo morbido e soffice e via ancora, riiiiiiiiiiiiiiiiiiip, ancora le interiora a scivolare sul letame caldo e la paglia e riiiiiiiiiiiiiiiiiiiiip un’altra volta via la pelliccia a schiantarsi molle come un budino sopra un cuscino.

pure il grigio

pure la rossana cicciona.


è diventata tutta di sotto-pelle la rossana, le si vedono gli occhi morti di dentro: non ha più gli occhi da coniglio, ha delle palline morte senza contorno al posto degli occhi.
sembra quando fanno vedere i bambini appena nati alla tivù, solo che lei non è viva, è morta.


mio fratello suda e poi vomita, è piccolo.
vomita il pane e marmellata e l’uovo che abbiamo mangiato a colazione. si vede tutto mischiato sull’erba verde, ché lui non mastica mai bene e la mamma lo sgrida sempre.
io sono grande però vomito anche io. però non si capisce cosa ho vomitato perché io mastico bene,  infatti ho pure l’apparecchio.

vomito e un po’ piango, ma dentro.


la zia candina si arrabbierà molto, lei ci tiene ai suoi conigli.

venerdì 29 aprile 2011

fantasmi

io tutte le mattine scendo tre piani di scale che qui corrispondono a tre sole rampe.
poi apro il portone, controllo se c’è posta nella cassettina e la richiudo: non c’è mai posta.
so che il postino passa nel primo pomeriggio ma voglio essere sicura, quindi controllo ugualmente. poi alla sera, quando torno dal lavoro, controllo di nuovo con più emozione.
la mia cassettina della posta è verdona, è una specie di casetta col tetto inclinato in avanti. c’è così tanta polvere sopra che ci hanno scritto col dito “vies”, sporca.
abito qui da quattro mesi e tutti i giorni controllo se qualcuno mi ha scritto: mi piace ricevere lettere o pacchettini di sorpresa. ogni tanto apro lo sportellino della casella e ci trovo dentro una busta con un francobollo da collezione e la grafia svolazzina di mia nonna: quando mi scrive si reca appositamente all'ufficio postale a comperare un francobollo speciale per rendere il rito della lettera ancora più speciale.

per più di tre mesi non ho scritto il mio nome sulla buchetta. non mi sentivo sufficientemente presente a me stessa per apporre il mio nome a un luogo.
poi, tre settimane fa, il mio coinquilino è arrivato con un adesivo gigante, mi ha detto che si era rotto le palle di vivere con un fantasma, che non sopportava di vedere solo il suo nome sulla cassettina delle lettere e che dovevo scrivere a caratteri cubitali il mio sull’etichetta. allora ho cercato un bel pennarello nero e ci ho scritto nome-lasaRamandra-cognome, ci ho disegnato su una salamandrina e l’ho appiccicata tutta fiera sullo sportello della buchetta.

io tutte le mattine scendo tre piani di scale che qui corrispondono a tre sole rampe.
poi apro il portone, controllo se c’è posta nella cassettina e la richiudo : non c’è mai posta.
poi cerco la mia bici e non la trovo mai, ché la mia è una bici nera come le mille altre parcheggiate nella via e io dimentico sempre dove l’ho legata la sera prima.
dopo aver fatto avanti e indietro almeno quattro volte e aver pensato almeno dieci volte “stavolta me l’hanno proprio rubata” la trovo e vado al lavoro.
solitamente sono in ritardo, perciò percorro sempre la stessa strada, la più breve.
svoltato l’angolo, dopo l’ex ospedale psichiatrico, arrivo nella via di huber.
non so chi sia huber. è uno che disegna coi gessetti per terra, come un bambino. so che si chiama huber perché ieri, sotto il suo disegno della giraffa a grandezza naturale con le palme, ha scritto “qui vivono huber e la sua…”. che cosa fosse sua, non si capiva. una sorellina? la giraffa? un'adorata moglie? la scrittura era incerta e incomprensibile però huber ci aveva fatto tutto un bel riquadro blu intorno.
sono sempre in ritardo io, ma ogni giorno mi fermo a guardare i disegni di huber e a volte scatto anche delle foto. una volta ha disegnato un coccodrillo multicolore che sarà stato quattro metri e non riuscivo a farlo entrare tutto nell’obiettivo.
è bravo huber a disegnare gli animali, un po’ meno a scrivere.

io tutte le mattine scendo tre piani di scale che qui corrispondono a tre sole rampe.
poi apro il portone, controllo se c’è posta nella cassettina e la richiudo: non c’è mai posta.
stamattina scendo e non c’è più neanche il mio nome, sulla cassettina, lo hanno stappato.
poi cerco la mia bici, penso almeno dieci volte “stavolta me l’hanno proprio rubata”, la trovo e vado al lavoro.
per strada comincia a piovigginare
mi fermo davanti a casa di huber.
la pioggia ha sbavato via mezza giraffa e la scritta di huber dice solo “ qui…hb…r e la…”.
inizia a piovere fortissimo.
i disegni di huber si fanno una macchia scura e scomposta.
penso che con l’acqua se ne andrà la polvere dalla mia cassettina “vies” che da oggi è anche anonima.
se nominare una cosa significa darle forma, dei contorni precisi, e scriverla, disegnarla, significa darle vita, mi chiedo cosa succeda a certe parole a cancellarle, a farle a pezzettini.

martedì 26 aprile 2011

fastidi di rito

ho un rituale tutto mio prima di mettermi a scrivere, tutta una vestizione di cui non capisco il senso ma a cui non riesco a sottrarmi.
mi copro tantissimo, in modo esagerato. sempre indosso una felpa e una fascia di lana nera per i capelli che fa anche da “scaldacollo”. a volte le felpe sono addirittura due, una delle quali è un feticcio, una felpa troppo grande per me a cui sono però affezionata. quando fa molto freddo, la doppia calza è d'obbligo, ma raramente indosso scarpe o ciabatte: mi piace avere i piedi liberi.
ho deciso che sono affetta da ipotermia preventiva. le cause sono sconosciute: non è lo stare ferma davanti al pc a causarla, perché il freddo comincio a sentirlo non appena decido di mettermi alla tastiera, quando magari sto facendo altro.

adesso sono qui, seduta al tavolo della cucina coperta come un cosacco da tre ore.
in casa ci sono ventiquattro gradi e mezzo.
oltre alla fascia, ho in testa un racconto che non riesce a prendere forma, lo visualizzo a pezzi che non riesco a cucire insieme.

mi sudano le parole, sono esausta e frustrata per questo andare da nessuna parte.
direi che per oggi basta.

sabato 23 aprile 2011

vertigini

ho ricominciato a lavorare in gelateria. è un lavoro per me molto stancante,  però per una serie di motivi che non sto a spiegare lo faccio.
il lavoro di cucina è sicuramente più faticoso, ma prevede momenti in fase di preparazione che mi permettono di estraniarmi: la ripetizione del gesto mi è fertile al pensiero.
in gelateria è diverso: c’è il contatto col pubblico che mi gratifica, ma che non mi consente un silenzio produttivo.
dall’altra parte però, la clientela è uno spunto continuo di riflessione, il bancone diventa il mio punto di osservazione privilegiato su un’umanità varia con cui entro in contatto per pochi secondi.
osservare la gente mi piace. osservare la gente mentre la servo mi piace ancora di più.
il lavoro è faticoso perché devi muoverti in continuazione e fare mille pallette con un gelato sempre troppo duro. a volte viene la tendinite.
alla sera poi bisogna trasferire le vasche di gelato dal freezer della produzione ai grandi frigo che stanno tra il laboratorio e il negozio. lì il gelato raggiunge la temperatura ottimale ed è poi pronto per essere messo in vetrina. le vasche di gelato possono pesare cinque o dieci chili, nei frigo ce ne stanno un centinaio e durante il giorno è un continuo spostamento di vaschette. alla fine della stagione ti vengono i muscoli alle braccia ma non è il bel vedere che ci si immagina, non sono muscoli scolpiti, sono muscoli da bassa manovalanza, che scoppiano in punti a caso.

è alla sera che si riempiono i tussen freezer, i frigo di mezzo.
a me piace quel momento della giornata, è il mio momento ipnotico.
per riempire i tussen freezer devi prima stilare una lista dei gusti che serviranno il giorno dopo in vetrina. poi devi attraversare la sala di produzione e dirigerti verso la cella.
la cella è una stanza refrigerata a –25°. per entrarci devi indossare una giacca pesantissima. ci sono in tutto tre giacconi, li usano i ragazzi della produzione quando devono stipare gli scaffali.
mi infilo questa giacca che mi va enorme, che ha maniche che mi nascondono le mani. è una giacca che odora di maschio. mi piace avere addosso questa giacca calda e troppo grande, mi ricorda quando, ragazzina, rubavo le camicie a mio padre e poi, donna, al mio uomo, perché mi rimanesse addosso il suo profumo.
all’inizio della stagione sento solo un indistinto odore di maschio in quella giacca, odore di maschio qualunque. col passare dei mesi la giacca si impregna di odori misti: odore di axe, di sudore, di umidità, di cibo cinese, di ghiaccio, di tabacco, di panna. a metà stagione, quando ho conosciuto i ragazzi che lavorano in laboratorio, posso affermare con certezza quasi assoluta chi di loro ha indossato la giacca per ultimo: mi vanto di avere un ottimo olfatto. a fine agosto, a stagione ormai terminata, quella giacca è una bomba di testosterone, sembra quasi pelle di animale, ma questo non la rende meno confortevole per me.
indosso il giubbotto e mi copro la testa col cappuccio. mi infilo dei guanti di gomma spessi. è una vestizione buffa, soprattutto quando fuori ci sono trenta gradi e la gente gira in canotta.
mi asciugo le labbra prima di entrare in cella, temo sempre che mi si incollino per il freddo.
poi

tlack.

faccio scattare la maniglia, entro.
esito sempre un po’ prima di chiudere la porta alle mie spalle, la paura di rimanere bloccata dentro è costante. ma sempre devi chiudere la porta quando fai i refill dei frigo, altrimenti la temperatura interna si abbassa e non fa bene al gelato.
quindi, non importa se ti cachi sotto: quella porta la devi chiudere.
e io la chiudo.

tlack.

il secondo tlack è causa di un moto di vertigine. un momento di “ma se non si riapre più?”.
la vertigine è un avvitarsi del cuore e della pancia, uno strozzarsi per poi liberarsi, come a fare bocconi avidi di aria.
la vertigine te la dà sempre quel “ma”, quello che non ti fai mancare mai.
“ma se non si aprisse più?”
“ma se non mi sentissero, da fuori?”
ma se.
mi sforzo di ignorare quel pensiero, mi metto a cercare le scatole di gelato segnate sulla lista e le sistemo su un carrello.

passerò il prossimo quarto d’ora qui dentro, in solitudine totale.
è il momento che preferisco, è il mio momento.
si sente solo il ronzio del motore del frigo e il rumore prodotto dal mio fiato che entra come lama nella gola e tutta mi taglia.
il tempo si fa sospeso, s’incolla addosso come abisso.
l’interno della cella è luminoso, di luce quasi che acceca.
questo freddo paralizza il pensiero, istupidisce lo sguardo e mi rallenta.
mi sento un pinguino nell’acqua polare, mi sento svuotata di lavorio cerebrale.
ogni volta provo a rimanere un po’ più a lungo qui dentro, come a vedere quanto resisto, come in un’apnea di tinta vagamente suicida: un po’ di più e ancora un altro poco e ancora un pochino…
a spingermi a premere il pulsantone verde sulla maniglia per aprire la porta è la paura di essere rimasta veramente bloccata all’interno.
lo pigio sempre prima di avere troppo freddo, il pulsantone che sembra quello dei quiz tivù, lo premo prima che la vertigine di un pensiero di morte mi colga troppo lucidamente.

è sempre un “ma se” a far lo strozzo.
“ma se mi avesse mentito?”
“ma se non potessi vederla mai più? “
“ma se tutto finisse domani?”
ma se.
ma.
vertigini, asprissime, dolcissime.

mio padre ama andar per boschi. infilategli quattro pali di legno con le cime dipinte di verde in un terreno con una pendenza del 45%, spegnete le luci e fatelo camminare in tondo, possibilmente tirandogli addosso delle catinate d’acqua gelata, e lo farete un uomo felice. mio padre è fatto così: è l’idea dell’andar per funghi che gli piace, mica i funghi in sé. io mio padre non l’ho mai capito nel suo arrampicarsi per sentieri ostinato e faticosissimo, l’ho sempre seguito o con rabbia frustrata o con la curiosità arresa di chi attende l’illuminazione, di chi si aspetta che il senso del cosmo gli si riveli.

ora ho capito che anche mio padre prova la vertigine, andando a funghi.
la vertigine di mio padre è “l’urs”, è l’orso. ché mio padre ha paura di incontrare l’orso nel bosco, ha paura che l’orso se lo mangi. e non è che vada a funghi  nel Wyoming, nel parco di Yellowston, no. però lui ci ha paura uguale, che se lo sogna anche, l’orso.
ma nonostante questo, ci va, a funghi.
e gli piace.
non rinuncia, per l’orso, alle secchiate d’acqua e ai dirupi che tanto lo affascinano.
anzi, il pensiero di poterlo incontrare davvero rende il tutto più eccitante, più nervoso.
l’orso dà a mio padre quella vertigine che dà a me la porta chiusa della cella.
è il chiedersi che sarà, dopo.
è il “ma” a cui non sappiamo rinunciare.
è una droga quel “ma”.
è dubbio e possibilità.

premo con forza il pulsantone verde.
non succede nulla.
schiaccio di nuovo.
niente.
più forte.
una, due, cinque volte.
mi butto contro la maniglia con tutto il lato sinistro del corpo.
do una spallata che mi lascerà il livido.

tlack.

i clienti mi vedono uscire dalla cella di colpo, con un balzo.
prendo le scatole in braccio, quindici chili per volta, come cristiani piccoli.
i clienti vedono un alieno intabarrato attraverso la porta vetri che separa la produzione dal negozio, vedono un astronauta, mi indicano e ridono.
non sanno i clienti che sono una sopravvissuta, non sanno che io godo di vertigini.

non sanno niente i clienti, nessuno sa niente.

mercoledì 20 aprile 2011

e ora...qualcosa di completamente diverso

questo dialogo non l'ho scritto io ma la mia gemella stupida qualche giorno fa. 
ogni tanto le devo dar spazio che se no si offende.
a lei piacciono le cose sceme senza un senso, 'nci posso fare niente...


- ma cosa vuole che ne sappia, me lo sono ritrovato qui, sul banco del bar e ve l’ho portato.
- glielo chiedo un’ultima volta: a chi appartiene questo seno?
- non so più come dirvelo: non-lo-so!
- dove l’ha trovato?
- oooh! ma lo volete capire o no? era sul banco del mio bar!
- e come l’ha trovato?
- oddiocristo aiutami… allora, ve lo spiego per l’ultima volta…
- decidiamo noi quale sarà l’ultima volta. continui.
- erano quasi le otto di sera e stavo pulendo la macchina del caffè…
- con che cosa?
- come con che cosa? con una spugnetta…è rilevante?
- siamo noi a fare le domande qui. le ho chiesto con che cosa stava pulendo la macchina del caffè.
- con una spugnetta bagnata.
- bagnata con che cosa?
- bagnata…di acqua calda…
- ecco, lo dicevo io che mia moglie non capisce una mazza. usa il glassex, quella, che dice che così viene più lucida! più lucida di ‘sto cazzo, come no. mi perdoni. continui.
- sì. stavo pulendo la macchina del caffè con una spugnetta quando…
- scusi se la interrompo: ma anche per i filtri usa solo l’acqua bollente?
- normalmente sì, ma due volte a settimana uso un prodotto anticalcare apposito. però il mio è un bar, capisce, per una macchina di uso domestico basterebbe una volta al mese, penso.
- sì, gliel’ho detto a mia moglie, ma quella si ostina a ficcare una pastiglia di calfort nella caldaietta e poi non lascia scorrere l’acqua abbastanza e finisce che io mi bevo ammoniaca. ci credo che poi mi brucia lo stomaco.
- ci credo anche io…
- …
- posso continuare?
- certo. stava dicendo?
- del seno.
- ah, sì, il seno.
- vado?
- vada, vada.
- dicevo che stavo pulendo la macchina del caffè quando è entrata una donna magra con delle occhiaie profonde. la ricordo bene perché ho notato che indossava una parrucca. aveva la frangia di traverso…capisce? così, in giù, ma storta.
- sì, sì, ho capito. vuole un caffè?
- mah, se c’è sì, grazie.
- io lo posso bere solo qui al lavoro: quello di casa, come le ho detto, mi spacca lo stomaco. quella donna vuole uccidermi, ne sono certo.
- quale donna? quella del bar?
- ma no, mia moglie!
- ah, sì, giusto: il calfort.
- eh.
- insomma entra questa signora con la parrucca e mi chiede un caffè. io mi secco quando mi chiedono un caffè mentre sto pulendo la macchina, tutti i baristi si seccano se gli chiedi un caffè quando stanno pulendo la macchina. è come chiedere a un pizzaiolo di farti una pizza quando ha spento il forno.
- in che senso?
- era per fare un esempio, per dire che è irritante sporcare la tua postazione quando ormai hai pulito tutto…
- mh.
- “mh” cosa?
- mh e basta. quindi lei mi sta dicendo che era nervoso quando la donna con la parrucca è entrata a chiederle un caffè. quanto era nervoso?
- non è che ero nervoso, mi sono solo irritato!
- e quanto? abbastanza da privarla di un seno?
- senta, io non ho privato nessuno di nulla!
- eppure lei si è presentato qui in caserma con un seno in mano.
- sì, ma l’ho trovato sul bancone del mio bar, volevo restituirlo!
- a chi?
- alla proprietaria! magari si presentava da voi facendo denuncia di smarrimento di un seno…
- …o di furto di un seno…
- furto di un seno?!? non ci credo…è uno scherzo…basta, la prego, la smetta!
- basta lo dico io. altro caffè?
- no. anzi sì. ma con un po’ più di zucchero.
- io lo prendo amaro. fa più scena.
- in che senso fa più scena?
- mah, così…nei film gli ispettori di polizia bevono sempre caffè amaro, ci ha fatto caso?
- sì, ma nei film gli ispettori di polizia bevono caffè americano. e il caffè americano è lunghissimo e non serve lo zucchero. e poi nei film americani i commissari di polizia sono commissari di polizia, non carabinieri. e dalle righine rosse sui suoi pantaloni io penserei che…
- vabbè, più o meno è uguale.
- …sì. più o meno.
- ma come era questo seno?
- in che senso?
- al tatto: come era?
- eh…era…morbido…liscio…
- grosso?
- abbastanza, sì. una terza abbondante, direi.
- che ci ha fatto?
- …
- le ho chiesto di dirmi che ci ha fatto. forza, risponda.
- ahm. l’ho accarezzato un po’. ma piano. sembrava un gatto acciambellato. un gatto senza peli.
- un rex.
- no, no, non un cane. sembrava proprio un gatto.
- rex è anche il nome di una razza felina senza pelo.
- per essere un carabiniere ne sa, eh! sembra quasi un ispettore di polizia.
- che le dicevo? tutto merito del caffè senza zucchero. quindi lei ha toccato questo seno e… era d’accordo?
- chi?
- la proprietaria del seno.
- la proprietaria se ne era già andata quando io ho toccato il suo seno. sempre che la proprietaria fosse la signora con la parrucca…
- e il seno che ha detto?
- nulla! che doveva dire? è un seno!
- ha fatto le fusa?
- le fusa? no!
- lo dice come se avessi detto un’assurdità.
- no, per carità: non mi permetterei mai.
- bene. comunque il seno sostiene di essere stato toccato contro la propria volontà.
- ilsenocosa??
- lei rischia un’accusa per molestie.
- ma la proprietaria che dice?
- la proprietaria non si trova.
- e quindi?
- quindi dobbiamo basarci sulle parole del seno.
- capisco. no, anzi, non capisco affatto. posso avere un altro caffè?
- certo.
- zucchero abbondante?
- no, faccia amaro. fa più scena.

venerdì 8 aprile 2011

quasi giulia

aveva una ipsilon perfetta infilata a fiore in cima al culo, capelli rossi e occhi brillanti di muschio, occhi di animale che ti scruta da dietro le foglie.
si chiamava giulia, quasi.
si chiamava quasi giulia e aveva un profumo buonissimo.

a osservare i bravi cuochi in cucina si nota una cosa curiosa: passano un sacco di tempo ad annusare. annusano tutti gli ingredienti, anche quelli che escono da confezioni intatte. annusano i coltelli, le salse in cottura, il pesce ancora vivo. alcuni annusano persino l’acqua che bolle.
un buon olfatto in cucina ti permette di non assaggiare continuamente quello che prepari e di riconoscere la freschezza e la quaità degli alimenti.
lavorando in un ristorante il mio olfatto è migliorato, direi anzi che è diventato quasi buono, ma ancora non riesco a riconoscere tutti gli odori e a qualcuno sono insensibile.

l’altro giorno pedalavo svogliata verso casa. l’aria era buia e io stanca assai.
poi, d’improvviso, uno schiaffo.
un profumo potente che dalla punta dei capelli mi squassa e tutta mi bagna.
giulia, quasi.
gli odori entrano dalle narici ma non basta inspirare per riconoscerli. i profumi non sono cose di aria ma cose da gustare in bocca. per dar loro un nome devi imparare a farli strisciare lentamente sul palato e a farli poi posare dolcemente sulla lingua.
lì, il profumo diventa rosmarino, limone, fragola, legno.
davanti a me c’è questa tipa che pedala velocissima e che profuma di quasi giulia.
non ho mai capito di cosa profumasse quasi giulia, ma è un profumo che ancora adesso mi priva di volontà e raziocinio.
ora però so riconoscere gli odori, ora devo scoprire di cosa sapeva quasi giulia.
respiro.
cannella…latte…
pedalo che neanche coppi sullo stelvio, pedalo come una matta, scomposta.
vaniglia…panna…
la bocca mezza aperta, a farci girare meglio l’odore, a sciacquarla ogni volta.
sembro uno di quei cani che corrono accanto al padrone in motorino, sono allo stremo.
latte…caffè…no, caffè no.
di che cosa odoravi, quasi giulia? di cosa, perdio? di cosa sapevano i tuoi capelli e l’incavo liscio alla base del collo? di cosa?
zucchero caramellato…pane…
ci sono, ci sono quasi, lo sento!
poi invece quella è olandese e viaggia manco fosse valentino rossi e arriva all'incrocio prima di me 
e io spalanco la bocca,
quasi giulia, quasi giulia, fatti mangiare, quasi giulia!
e il semaforo è rosso
e c’è la polizia
e io mi cago sotto
e freno
e invece 
lei
passa.

stacco.
frustata.
buio.
silenzio.
respiro.

respiro.

respiro.

.
.


.

…

.

...mmmhaaaaaahh...!

.


.



si chiamava iulia 
aveva i capelli rossi 
occhi di selvatico dietro i cespugli
una ipsilon perfetta 
a disegnarle il culo.

si chiamava iulia
aveva i capelli rossi
era solo mia
e sapeva di mou.

mercoledì 6 aprile 2011

la resa

alla gelateria in cui lavoro entra una bambina che sembra una scopa. ha sopracciglia di fumo che verso l’interno s'impennano dandole un’aria triste. a occhio può avere nove, dieci anni. chiusa nel suo giacchetto blu si avvicina al bancone e chiede educatamente, con un filo di voce, se c’è ivo.
ivo è il responsabile della produzione. i bambini adorano ivo perché sanno che è lui a fare il gelato e per loro quello del gelataio è un mestiere bellissimo perché puoi mangiarti il gelato gratis. a volte vengono a chiedere di vedere come si lavora nel laboratorio che c’è sul retro del negozio oppure a provare a mettere una palletta di cioccolato su un cono senza romperlo.
ivo li fa entrare, spiega tutto con pazienza e spesso si abbassa all’altezza dei bambini per parlare con loro.
ivo è iperattivo e, mi dicono, ha disturbi dell' attenzione. a me non sembra messo peggio di alcuni amici miei che fanno uso regolare di erba. se non scoppia di caffè (io e ivo ci droghiamo letteralmente di caffè) sa essere molto bravo coi bambini.
“sì, c’è ivo”, risponde la mia collega alla bambina-scopa.
“potresti dirgli che devo fargli una domanda?”.
la mia collega va in produzione e torna con ivo.
i due iniziano una conversazione fitta, seria, intervallata da risate. ivo le parla piano, a lungo. ha da fare ivo, ma riesce a trovare sempre tempo per i bambini e i bambini lo cercano continuamente. è un po’ bambino ivo, forse per questo gli riesce così bene di parlare con loro. 
la bambina racconta che a scuola è venuta la polizia, parla di un compagno di classe che ha combinato qualcosa ma non capisco cosa. mi sforzo di capire il più possibile e, nello sforzo, spalanco gli occhi, lo so. così sembra che io fissi le persone e un po’ è vero. però quando le persone parlano la mia lingua non fisso, non così almeno.
la bambina si chiama lise.
no, non è vero. non so come si chiami. io l’ho chiamata lise nella mia testa. non ho avuto il coraggio di domandarle come si chiamava, avrei dovuto chiederglielo in olandese, avrei dovuto dirle “hoe heet jij?” ma la h aspirata di heet non mi viene mai e i bambini non mi capiscono e quindi, siccome è abbastanza umiliante dopo quattro anni non riuscire ancora a pronunciare decentemente “come ti chiami?” , le ho dato un nome di fantasia.
lise varca la porta a vetri e va nella fabbrica sul retro con ivo. io la osservo dalla gelateria. oggi, a guardare la produzione da dietro la porta a vetri, è come stare in un acquario: c'è tanto silenzio in negozio -che è deserto per via del brutto tempo- mentre dal laboratorio provengono attutiti i rumori che fanno i ragazzi durante l’ora delle pulizie. i ragazzi della produzione fanno tanto chiasso, sempre. è duro il lavoro di là, d'estate si muore per il caldo e per l’umidità e il rumore dei macchinari ti polverizza il cervello. i ragazzi dimagriscono molto nei due mesi estivi, diventano tutti di nervi, provano a mantenersi costantemente attivi sparando per il locale musica tecno a volumi insostenibili.
lise inzia ad aiutare i ragazzi a lavare i secchi con la canna, poi si stufa e si appoggia con una mano al bancone e con l'altra a un'impastatrice e si mette a far dondolare le gambe in aria facendo leva sulle braccia. salta e scalcia acqua da tutte le parti. ride.
lise è di pelle marroncina e ha due codini a palla alti sulla nuca, capelli di negra che svaporano nello sfondo. si muove composta attraversando l'aria senza inutili movimenti. se fossi capace di disegnarla, farei solo dei contorni precisi per le mani, timide, che quando lise parla le sbriciolano piano piano la punta del cono al limone che lecca con cura, lentamente, con piccoli colpi di lingua. tutto il resto lo farei sfumato, solo un'idea di lise, solo capelli spumosi e sopracciglia di fumo folto.
lise torna in negozio e mi segue, mi sta attaccata, mi chiede cose a cui non so rispondere. la capisco, ma il mio olandese è pessimo e comunicare coi bambini è terribile: ti guardano, ripetono la domanda pazienti, pensano che tu li stia prendendo in giro, si domandano perché tu non risponda o risponda in modo insensato ma non dicono niente, si limitano a ripeterti con crescente imbarazzo la domanda. non capiscono che sei tu l'ignorante, pensano di essere loro a non spiegarsi bene e a me questa cosa mi ammazza: per questo non voglio mai parlare coi bambini qui. e mi dispiace tantissimo perché io invece adoro farmi le chiacchiere coi bambini e dire loro cose di scherzo, farli ridere.
ivo spiega a lise che io parlo un’altra lingua e poco l’olandese. i bambini ad amsterdam sono abituati a queste spiegazioni. e quindi lise fa quello che è abituata a fare in questi casi: continua a parlarmi, in olandese. e io annaspo.
lise si muove come un gatto, ogni tanto si alza sulle punte dei piedi per vedere meglio i gusti del gelato nella vetrina. prova a riconoscerli dal colore e mi ripete i nomi, indicandoli col dito: aardbei? bosbessen? kaneel? meloen? chocolade?…mi fa domande e cerca la mia approvazione lise, cerca l’approvazione di un adulto che non sa parlare.
e io le rispondo, le rispondo come farebbe un bambino più piccolo di lei, con parole tutte singhiozzate e storte, le rispondo con gli occhi e con le mani.
mi sento tutta a pezzettini fini, tutta scoriandolata, mi sento un bambino muto.
eppure lise continua a parlarmi, col sorriso pulito e tranquillo di chi non ha fretta.
mi invade inaspettatamente di colore, come un aquilone. mi disarma con quel sorriso che sembra avere dentro l'india tutta e mille porte spalancate di benvenuto e centomila caffè e coperte rosse di panno morbido.
e io, impotente, mi arrendo.
vanilla? pistache? moka? smurf?
sì, lise, sì.

vanilla, pistache, moka, smurf.

sabato 2 aprile 2011

parole Altre

sono daino, vitello, volpe e forse cervo
le bestie di scuro che mi camminano intorno.
non c’è parola nei musi silenti
negli occhi cigliati lunghi di selvaggio
e in quelli senza ciglia dei cani con il becco.
eppure parlano, le bestie di ombra
parlano la lingua dell’ombra
la lingua del silenzio apneico
e del dolore del mondo tutto.
dicono il verde che s’impallida piano
e s’ingiallisce nell’ora dell’oro
dicono il ramo che si spezza e l’osso
dicono il morto
e ogni suo contrario.
zittano le bestie
ma è un gran sentire
un rivelare il cosmo, un dire
che non mi è dato di capire.

mercoledì 30 marzo 2011

il senso dell'andar per funghi

a volte mi sembra che scrivere sia un’attività come andare a funghi, una di quelle cose che non capisci bene dove stia la soddisfazione nel farle, ché ti devi alzare presto quando ancora è buio e devi scarpinare e non vedi dove metti i piedi e poi scivoli e se cadi non devi mettere le mani per terra perché ci sono le vipere e guarda, un porcino! ah, no è matto.
e allora ancora scarpini, finisci nella pietraia e ti scortichi le ginocchia, ne esci, il sentiero non si vede però bene, mai si vede bene il sentiero e poi viene a piovere e hai il k-way bucato e sei in una sterminata pineta da cui neanche correndo riusciresti a uscire prima che fiocchino fulmini e poi però smette e, guarda, un porcino! è un porcino? sì, sì, è un porcino! un po’ vecchio, un po’ zuppo d’acqua, ma per il risotto va bene…insomma, più o meno. vabè, metti nel cestino e prosegui. cammini e cammini e hai sete ma non si beve quando si cammina, si beve quando si arriva, ma tanto sai già che non si arriva mai, perché non è che andare a funghi significa andare al negozio di funghi, no, andare a funghi significa andare e basta, andare senza magari nemmeno trovarli, i funghi, significa entrare in un bosco da un punto e uscirne chilometri più in basso rispetto a dove hai lasciato la macchina, così che dopo ti tocca pure fare tutta la strada in salita (epperò almeno sulla strada ci sono i lamponi, grazie a dio).
scrivere parole per me è un po’ come muoversi nel buio e sentire le ragnatele che mi si impiccicano addosso: ogni tanto sono parole buone quelle che si incollano tra i capelli, altre volte –il più delle volte- sono solo cose di schifo, come la maggior parte delle ragnatele, ché solo pochissimissime sono perfette e tutte intere e brillanti di pioggia o di rugiada.
a me mi sembra di fare tanti giri in tondo, come a giocare a mosca cieca, che mosca cieca diventa un gioco terribilmente frustrante quando non trovi nessuno, quando tutti acchiappano subito un compagno e invece quando tocca a te tutti stanno silenziosissimi e non li trovi e ti senti un incapace totale.
a volte mi piacerebbe solo trovare una figura di umano nel bosco, qualcuno da dirgli buongiorno! come si fa per i sentieri quando incontri i signori che passeggiano belli arzilli e riposati che ti chiedi se fingono per non darti la soddisfazione di mostrarti che anche loro sono a pezzi, mi piacerebbe trovare qualcuno da fermarsi insieme a una fontana e raccontarsi in silenzio tutta la stanchezza di questo andare e invece sto in silenzio da sola a pensare che a me non è mai piaciuto andare a funghi se non per i lamponi.

vabbè, pessimismo e fastidio oggi, pessimismo e fastidio.

venerdì 11 marzo 2011

inabbastanza

i miei desideri sono
sottili e rari, sono
capelli di vecchia che si fa calva.
sono i miei desideri
spaghetti di riso
orizzontali e inconsistenti.
non bastano
a restituirmi il midollo
i miei desideri.

martedì 8 marzo 2011

dice mirna

dice mirna
ricominciare a fare senza passare dal pensare. fare e basta, che poi ritrovi il piacere di fare.
fare senza pensare.
lo dice mirna.
se lo dice mirna è vero.
e io allora lo faccio.
disciplino il corpo e la mente. rieduco.
orario per andare a letto, per leggere, per dormire e per svegliarmi.
uscire e passeggiare al parco alla mattina appena sveglia.
cucinare
e
mangiare.
la doccia.
fare fare fare.
poi, nel ripetersi del fare, si generano crepe e spaccature.
e da lì germoglia il piacere.
così dice mirna.
e allora io faccio.

mi sono iscritta a un corso di disegno.
sono andata venerdì a seguire la lezione di prova.
lo studio dove charissa, la mia insegnante, dà le lezioni, è al pian terreno di un palazzo che fa angolo. così la luce entra da due lati.
sono entrata ed ero un po’ a disagio, avevo paura di essere troppo in anticipo. nelle situazioni nuove mi sento sempre un po’ a disagio, fuori posto. invece Charissa mi è venuta incontro sorridendo e mi ha detto: “Sara?”. avevo fissato l’appuntamento, per quello sapeva il mio nome. mi è piaciuta questa cosa che mi abbia chiamato per nome, mi ha fatto sentire un po’ come a casa.
mentre charissa parlava al telefono, io curiosavo in giro. c’erano barattoli pieni di pennelli e matite e tubetti di colori in ordine cromatico.
poi charissa mi ha fatto accomodare in un’altra stanza. mi ha chiesto se il mio nome si pronunciava Sara o Sarah. abbiamo parlato in inglese.
charissa mi ha detto che avrei dovuto provare a ricopiare una tazza. mi ha dato una matita e una gomma. dopo, avrei dovuto tentare di definire i volumi con dei carboncini e dei bastoncini di grafite. almeno, credo che fossero bastoncini di grafite: in inglese non capivo una cippa dei nomi che pronunciava la mia insegnante, io dicevo sì e basta ma non riuscivo a memorizzare. mi ha dato anche una gomma pane e una specie di matitina di carta, una robina tutta pelosetta per fare le sfumature.
ho disegnato, due ore.
tutto il mio corpo è caduto in una sorta di stato ipnotico.
eravamo solo io e il foglio e tutto quel materiale per me nuovo e bellissimo e quella fottutissima tazza che non voleva saperne di farsi disegnare uguale uguale.
ogni tanto charissa veniva da me, mi correggeva, mi chiedeva dove, a mio avviso, avevo sbagliato. mi diceva di osservare il mio lavoro attraverso lo specchio per vederne i difetti.
io rispondevo, un po’ ridevo, facevo battute sull’obbrobrio partorito, mugulavo quando lo guardavo allo specchio. poi riprendevo a disegnare.
dopo due ore ero stremata.
charissa deve essersene accorta e mi ha detto di non preoccuparmi, che all’inizio è sempre così.
in realtà ero stremata ma traboccante di un benessere antico e dimenticato, un benessere lontano di merende dalla nonna e capanne costruite con le coperte tra le sedie, benessere di giochi e storie inventate. benessere di piccoli.

oggi è martedì e mi scopro ad attendere impaziente il venerdì.
ve-ner-dì.
senti come suona bene.
ve-ner-dì.
aspetto il venerdì con eccitazione, lo desidero.
desiderare è già provare piacere, è provare un piacere tutto in potenza, è l’idea platonica di piacere in nuce. quindi, in un certo senso, il desiderio è la massima espressione del piacere.
io oggi desidero il venerdì, il mio venerdì, solo mio.
venerdì. venerdì.
come succhiare la vita dal becco dei passeri, come ritornare a camminare dopo una malattia.
venerdì, venerdì.

dice mirna.
dice bene.