giovedì 30 giugno 2011

neanche se

-    tu non ce l’hai il coraggio di farti leccare nelle mutande dall’adelina!
-    non è che non ho il coraggio…
-    sì, non hai il coraggio! prova, dai: fa il solletico!
-    no, non mi piace…
la ramona si fa leccare e ride. quando ride butta la testa all’indietro e tutti i boccoli le piovono sulle spalle come una tenda morbida. la ramona ha i capelli rossi che sembrano velluto e le lentiggini dappertutto, anche sulla lingua.
io e la ramona giochiamo sempre a marito e moglie e ogni volta che la sposo le regalo un mazzo di papaveri rossi come i suoi capelli e le faccio una collana di margherite.
a me piace la ramona, ma io non piaccio alla ramona, lo so, però lei è gentile e si fa sposare lo stesso da me.
-    cosa mi dai se mi faccio leccare dalla adelina?
-    cosa vuoi?
-    voglio un bacio.
-    dove?
-    qui, sulla bocca. no, anzi: nell’angolino.
-    sì, sì, te lo do. tanto non ci hai il coraggio.

sabato 25 giugno 2011

in strada (terza parte)

ho contato duecentosette formiche e la serena è ancora su.
claudio è andato a prendersi un mottarello e la dani è dovuta salire a studiare che domani ha l’interrogazione.
io vado in bagno perché ormai mi sono proprio fatta un po’ troppa pipì nelle mutande e ho bagnato lo scalino.
entro in casa e per un attimo non vedo niente e tutto mi sembra nero e ghiacciato coi pallini. ho un brivido dalla testa al sedere e mi scappa tutta la pipì lungo una gamba. corro in bagno, gocciolo nel corridoio e mi arriva un coppino prima di arrivare al water.
te se miga buna de farla int al bagn cuma i cristian, la pissa?

venerdì 24 giugno 2011

in strada (seconda parte)

la serena ha le chiavi di casa anche se è piccola e deve stare attenta a non perderle, ha un cane con le crisi epilettiche che piscia anche in casa e un fratello piccolo e sporco che si chiama cristian. cristian gioca a pallone in strada coi ragazzi grandi, è magro come sua sorella ma, a differenza di sua sorella, non passa tra le sbarre del cancello dei box perché ha la testa troppo grossa e rotonda come quella di charly brown.
a volte la serena si affaccia alla finestra del soggiorno e butta dei biglietti in cortile con scritto che parte col circo togni e che non torna più o che vuole morire, mondo crudele. mondo crudele, dice. è bello mondo crudele da dire.

giovedì 23 giugno 2011

in strada (prima parte)

la serena ha il muso da scimmia, i denti tutti marci e gli occhi azzurri come quelli del gatto di sua nonna.
è magrissima che sembra un ragno, solo lei può passare attraverso le sbarre del cancello dei box, perciò è sempre lei che va a prendere la palla quando finisce di là perché nessuno ha la chiave dei box visto che nessuno ha la macchina.
ogni volta che passa attraverso le sbarre io ho paura che le rimanga incastrata la testa e lei fa sempre un po’ finta di rimanere bloccata ma poi invece ce la fa sempre a liberarsi.
se rimane incastrata bisogna chiamare il fabbro, ma mia nonna che fa la portinaia dice che se la serena rimane incastrata le taglia lei la testa per farla passare, che il fabbro non lo paga, che gliel’ha detto mille volte alla serena di non fare quel gioco.

giovedì 16 giugno 2011

tag teatro

se l'aifon fosse un filo più comodo vi racconterei un mucchio di cose e invece ciccia: dovete aspettare che io torni in terra d'holandia.
per intanto vi dico che quelle cose di fricciori come di innamoramento, quelle cose tipo un mio racconto a teatro hanno preso una piega sempre più seria.
insomma, si comincia a lavorarci.

e basta, mo' vi lascio con la curiosità, che così poi ho anche più gusto a raccontarvi.

perverSaRamandra :D

domenica 12 giugno 2011

tanti auguri a me (con effetto retroattivo)

sono a milano, sono tornata per votare. questa volta non mi sono portata il mio fedele e anziano Mac, contavo di usare il pc di mia madre. ho sbagliato, avrei dovuto saperlo dall'inizio. word le si impalla ogni quattro vocali, impossibile lavorarci.
posso scrivere solo dall'iCoso che è notoriamente dislessico e tutto ciò mi snerva. moltissimo.

e comunque volevo solo dire che l'8 di giugno la saRamandra ha compiuto un anno.
mi ricordo esattamente la sera in cui ho deciso che avrei creato questo spazio.
io a distanza di un anno sono diventata un'altra. vado abbastanza fiera di me, nel complesso.
anche la saRamandra è cambiata nel tempo.
la vostra presenza mi è stata vitale, mi avete manifestato la vostra vicinanza in modi spesso toccanti. leggere i vostri commenti mi emoziona sempre, i vostri feedback mi hanno dato maggior sicurezza e mi hanno spinto a perseverare nell'esercizio della scrittura.
se oggi provo a organizzare la mia vita in modo che lo scrivere occupi un posto centrale all'interno del mio quotidiano, se mi permetto un po' di più di credere alle mie Parole è anche merito vostro, del vostro esserci, del vostro farvi orecchio e occhio del mio raccontare.

quindi tanti, tanti auguri a me e un grazie, puro, a tutti voi.

sara

vi lascio con un'immagine, una foto che ho trovato oggi a casa di mia nonna, quella delle storie. vi sono ritratti i due più potenti narratori della mia famiglia: la mia nonna lina e suo nonno, il papà vecchio. il papà vecchio sta su un gradino, perchè era bassetto e non era cosa, farsi vedere più piccolo della nipote.

(come non detto: non me la carica. diomadonna. amen).

sabato 28 maggio 2011

forse ci sono delle news

non sono scomparsa in questo periodo e non ho perso interesse ne lasaRamandra.
solo, la testa corre, ha ripreso a girare ai duemila all’ora e non le sto dietro.
quando capita è faticoso, perché non riesco a imbrigliare i pensieri, ma è anche un bene, di solito, perché sono i momenti più creativi, in cui mi vengono mille idee.
spesso sono purtroppo idee poco realistiche poiché in quei periodi mi sento piena di un’energia che presto mi abbandona, ma vabbè, si tratta solo di imparare a capire che cosa è realizzabile e cosa no:  conto di riuscire a farlo prima di quella crociera sulla luna che ho progettato per il mio quarantesimo compleanno.
questo mio altalenare continuo è il motivo per cui di solito evito di parlare troppo presto, prima di essere certa di quel che sarà: per timore di tirarmi la sfortuna addosso, per pudore di raccontare cose che ancora non sono, per non disattendere le aspettative mie e altrui.
nell’incerto c’è però tutta una spuma di eccitazione, ci sono i brividi dentro, le farfalle nella pancia tanto simili a quelle dell’innamoramento.
e quel friccicore è bello, è così vivo.
e allora perché non dirle, le cose insicure? è solo il loro esito ad essere dubbio, il loro presente è pur sempre reale, fatto di persone reali che fanno rete intorno.
persone che non legano, ma che tengono.
che fanno il nido e vegliano su uova piccole.
che hanno occhi ragazzini profondi, uguali e diversi dai miei.
persone pure.
le idee si intrecciano, si annodano, si infilano negli spazi vuoti del pensiero e infine germogliano.

quindi ora piano piano vi dico
che sto covando
insieme a un’amica uccella custode di parole
delle storie di buio, delle magie
che avranno anche dei Disegni di buio.

e da un’altra parte
lontana e vicina
a casa-milano-e-dintorni
si sta pensando di mettere in scena un mio racconto lungo:
“hanno ucciso barbapapà”, si chiama.

le mie parole a teatro
le mie parole coi disegni.

forse.

è tutto un forse: i disegni, il teatro, le storie che chissà se riesco a vederle tutte nella testa e a scriverle comprensibili.
forse però ce la faccio.
forse.
voi però non andate via, vero?

venerdì 20 maggio 2011

saspensss

a casa mia non ci si vuole mai fare preoccupare, allora se ti spacchi una gamba non telefoni subito a casa per avvertire, no, aspetti almeno di essere uscito dal pronto soccorso.
una volta uscito aspetti ancora un po’, che pensi che se mamma ti vede col gesso, le viene un infarto.
poi pensi al giro di chiamate che di norma parte subito dopo la comunicazione della notizia e a tutte le spiegazioni che dovrai dare al parentado (come hai fatto, ma quando, ma non dovevi essere al lavoro a quell’ora, no, nonna, mi hanno cambiato i turni) e aspetti. qualche giorno.
uno di quei giorni però succede che mamma ti viene a trovare a casa a sorpresa e tu l’accogli con le stampelle e a quel punto lei si incazza e quando mamma si incazza (succede una volta ogni dieci anni, un po’ meno se ti viene un brufolo e non metti i manifesti) diventa peggio dell’idra di lerna.
mia mamma si incazza se non le dici le cose, però poi lei è quella peggio di tutti noi: lei non ti dice niente, mai.

ieri notte mia mamma mi scrive una e-mail in cui mi chiede come sto e mi racconta che ha visto un libro per bambini che le ha ricordato il mio libro preferito di quando ero piccola, il bruco raimondo, e allora mi ha pensato. mi ha detto che era dispiaciuta di aver dato a mia cugina tantissimi anni fa quel libro visto che poi lei me lo aveva fatto a pezzi e allora si è informata e il bruco raimondo è del settantasei, magari da qualche parte lo si trova ancora, se lo trovo te lo compro.
va bene, mamma. anche se di anni adesso ne ho trentatrè, va bene. so cosa sono i sensi di colpa, sono la regina dei sensi di colpa: vai e cerca il bruco raimondo, se ti fa stare meglio, penso.
epperò invece poi le chiedo semplicemente il perché di tutte queste ansie e malinconie e lei stamattina mi risponde, ma no, niente, cose così…e poi sai, oggi non sarà una giornata tanto leggera, oggi ci dicono se licenziano o mettono in cassa integrazione.
oggicidiconoselicenzianoomettonoincassaintegrazione.
così me lo scrive, liscia.
chissà da quanto lo sapeva, che oggi non sarebbe stata una giornata tanto leggera, però non mi ha detto niente, per non farmi preoccupare.
alle dieci le mando un sms: hai saputo qualcosa?
risposta: ancora nulla.
gli piace, a quelli della ditta di mia madre, creare la suspance.
mica che hanno detto: alle undici vi diremo chi da domani è senza lavoro. o alle dodici o all'una o alle quattro. no: gli hanno detto semplicemente “domani”, che uno così fa tempo a morire migliaia di volte.

io lo so come ha fatto oggi mia madre, che lei è la regina dell’Ansie Molteplici e Riunite. 
mia mamma stanotte non ha dormito, per questo mi ha scritto tardissimo, poi stamattina si è fatta la doccia, ha bevuto il caffè e ha cercato di nasconodere le occhiaie con un po’ più di fondotinta. non ha fatto in tempo a comprare la repubblica da maxia, ma maxia gleila terrà per la sera, per quando torna. poi è andata a prendere la macchina e le tremavano le mani e uscendo dal parcheggio le hanno suonato e lei si sarà spaventata che mia mamma si spaventa per tutti i rumori, poi con lo sguardo di animale selvatico è andata al lavoro, come tutti i giorni, ma più agitata e selvatica degli altri giorni.
ha iniziato ad aspettare e ha continuato a farlo per ore.
gli piace, a quelli della ditta di mia madre, creare la suspace.
mesi fa, avevano minacciato i licenziamenti a muzzo e tutti hanno gridato: ohhhh! nooo!
e allora, ta-dan! facciamo il patto di solidarietà: rimaniamo tutti, anche chi non fa un cazzo e lo stipendio lo sbafa da mò e andava licenziato il secolo scorso, rimaniamo tutti, lavoriamo meno ma tutti.
a ‘sto giro, che è primavera, i capoccia hanno pensato di fare un send-away anziché un give away: licenziamenti o cassaintegrazione.
licenziamenti o cassaintegrazione?
non è dato di sapere, che la suspance, l’abbiamo detto, a loro ci piace.

nel frattempo la gente mormora. mandano via lui, lei no di sicuro, lei per forza, lui tanto ci ha la moglie architetto che fa un sacco di soldi e chissenefrega se rimane a casa.
nel frattempo si mangiano le unghie, le pellicine fino a farsi sanguinare le dita, si pensa al mutuo, ai bambini che vanno a scuola, alla macchina.
si pensa all’altra che come cazzo ce la porto a cortina, si pensa al nido che come lo pago a mattia il secondo anno, si pensa a jana che mi tocca licenziarla e adesso chi me le stirerà le camicie diobono, che mia madre è artritica.
c’è chi ma io me ne sbatto, meglio, me ne sto a casa, prendo i soldi e mi trovo un lavoro in nero, faccio i capelli, faccio le cerette a casa che sono brava.
c’è chi io mi ammazzo, c’è chi io lo ammazzo, c’è chi io li ammazzo tutti e poi mi ammazzo io, anzi no, vaffanculo, io dopo scappo in messico.

a noi ci piace la suspence.

1 sms ricevuto
da: mamma
ore: 13.12
testo: "fioccano lettere. sul mio piano: restiamo in pochi. per il momento non sono ancora stata nominata".

non. ancora.
gli piace proprio, a quelli della ditta di mia madre, creare la suspace.

martedì 10 maggio 2011

l'agro dolcino

oggi ho scritto di una cosa che ho visto stamattina.
mentre la scrivevo pensavo di postarla qui, poi invece, siccome in quella cosa ho parlato molto degli olandesi, ho deciso di metterla sull'altro mio blog, quello di amsterdam, sul sito di zingarate.com.
però poi boh, mi è rimasto un senso di insoddisfazione, di incompletezza, come quando hai voglia di un dolcino a fine pasto ma in casa non hai niente e ti sembra che tutta la cena sia priva di senso, senza quel dolcino.

ecco, è un po' come se mi fosse andato di traverso l'ultimo boccone, a non sapere se ho messo quel racconto nel posto giusto, che forse casa sua era qui e non là.

vabè, ve lo linko e bona lì.


sabato 7 maggio 2011

semplicemente stare

alla gelateria dove lavoro ci sono i clienti abituali, come dal panettiere, dal fruttivendolo, dal salumiere.
io me li ricordo i clienti abituali, anche se in questa gelateria ci ho lavorato due stagioni fa e non l’anno scorso. li riconosco quando entrano e molto spesso ricordo anche quali sono i loro gusti preferiti. mentre sono lì che mi dicono coppetta o cono, piccolo o medio, io me ne esco con “stracciatella, melone e nocciola” e loro rimangono basiti e mi chiedono come faccio a indovinare quello che vogliono ordinare, pensano che io abbia i poteri magici. sorrido, perché loro non si ricordano di me, ma io di loro sì.
tra i clienti abituali ci sono quelli a cui mi sono affezionata e quelli che sbologno alle colleghe appena posso. 
tra gli sbolognati due estati fa c’era il vecchio che si asciugava con la mano il moccico perennemente colante e poi pescava il cucchiaino dal mucchio anche se gliene mettevi dodici nella coppetta e la signora che ordinava sempre otto coni da portare via (ovviamente con panna, zuccherini, granella di nocciole e fuochi d’artificio inclusi).
poi c’era il signore col testone insieme ai tre figli coi testoni.
io odiavo i bambini testoni che arrivavano, urlavano, lanciavano il pallone per il negozio, leccavano la vetrina, toccavano i coni.
ma più di tutti odiavo il padre testone che non diceva loro niente.
soprattutto, l’ho odiato la sera in cui si è dimenticato all’ora della chiusura il figlio più piccolo in negozio.
un bambino di quattro o cinque anni. se l’è scordato.
l’abbiamo tenuto, io e la mia collega, su una sediolina, ad aspettare.
gli dicevamo “adesso vedrai che torna, il papà”, ma in realtà non eravamo mica sicure.
soprattutto dopo quaranta minuti.
il bambino testone stava in silenzio e guardava fuori, nel buio. tormentava le dita sottili del suo tirannosauro di gomma, muto.
“dove abiti? lo sai il tuo numero di telefono?”, gli chiedevamo. ma lui non rispondeva.
alla fine l’abbiamo portato fuori e gli abbiamo domandato se conosceva la strada di casa. la conosceva e la mia collega l’ha accompagnato fino al portone. il padre era in casa, con gli altri figli e la compagna: stavano guardando la tv.  hanno ringraziato la mia collega, sorpresi, come se avesse riportato loro un panno caduto nel suo giardino dal loro stendibiancheria.
quel bambino è rimasto in gelateria un’ora da solo. un’ora da dimenticati a quell’età è un tempo infinito che non ti permette rabbia ma solo angoscia e terrore.
io odiavo il padre testone e non sopportavo il fratello di mezzo che quando arrivava faceva più confusione di una scolaresca in gita. strafatta di cocaina.
non era tanto a posto quel bambino, mi sa. iperattivo forse, sofferente di sicuro. difficilmente gestibile certamente.
epperò io facevo la commessa, io dovevo riempire i cestini di coni, gli scaffali di coppette, fare palline di gelato, stop.
io facevo la commessa e non più l’educatrice, quindi: sticazzi, quel bambino mi dava fastidio.

adesso ho ripreso a lavorare in gelateria e sono tornati tutti i testoni, tranne il più grande.
il fratello dimenticato è un fiore, tutto solare e affettuoso con quello di mezzo.
quello di mezzo è…è un fratello testone e basta.
non fa schiamazzi, non dice parolacce.
non lancia il pallone contro il muro.
cammina e non corre.
sa ordinare il gelato da solo senza tirare cazzotti alla vetrina.
è curioso, ogni volta chiede di provare un cucchiaino di un gusto diverso.
è quello che si definisce un bambino “adeguato”.
però quel bambino testone adesso è solo un testone.
del bambino io non ci vedo più niente.

prima mi cercava con lo sguardo, nella sua confusione. voleva sempre ordinare a me il gelato. forse perché nonostante tutto avevo la pazienza di ascoltarlo anche quando non riusciva a scegliere e sbatteva la testa contro il vetro del banco frigo.
o forse, boh, non lo so.
so però che mi guardava, dentro gli occhi, nel fondo.

io adesso, quando entra, ogni volta vedo un bambino di cartone, uno zombie.
mi fissa con due occhi che mi trapassano, due occhi che ci vedi dentro solo il marrone e basta.
due occhi di drogato stanco.
sono occhi che non gridano più e che non sputano
sono occhi che non stanno bene o male
sono occhi che
semplicemente
stanno.


io voglio fare la commessa, io voglio riempire i cestini di coni, gli scaffali di coppette e fare palline di gelato, io voglio non pensare a niente.

mercoledì 4 maggio 2011

per farli dormire

mangia, rossana, mangia…brava coniglia, brava.
rossana è la coniglia più cicciona di tutti i conigli della zia candina, è più cicciona anche del grigio, anche se mio fratello dice che no, che il grigio è più grosso. ma mio fratello non capisce niente, è piccolo. e poi è cecato, infatti tutti lo chiamano puffo quattrocchi perché porta gli occhiali ed è pure basso. meno male che io sono grande e non ci ho gli occhiali. sì, vabè, porto l’apparecchio, ma quello è temporale…cioè, voglio dire, poi lo tolgo, quando avrò i denti dritti. a mio fratello gli occhiali mica gli aggiustano gli occhi, anzi.
guarda come è bella cicciona, la rossana. a me piace il codino della rossana, che è rosso rosso e sotto è un pochino bianco. è per il codino che l’abbiamo chiamata rossana.
guarda, vieni qui vicino, infila un dito nella gabbia. no, non ti morde, è brava, la rossana, si fa accarezzare tutto il morbido.
abitiamo lì, su in cima al curvone, dove finisce il campo di franco. come non sai chi è franco? vabè, non importa. lo sai il curvone? la sai la vigna, quella che finisce al curvone? ecco, dopo la vigna, c’è la nostra casa, cioè la casa dei bisnonni.
i bisononni non ci sono più a dir la verità, siamo qui con la nonna.
sì, la bisnonna l’ho conosciuta, il bisnonno no.
sì, so anche cosa facevano: la mia bisnonna faceva la cuoca a milano per dei conti che è come dire dei principi ma un po’ meno di lusso e il mio bisnonno invece faceva il maggiordomo. a lui piaceva il re e ha votato per la monarchia, dice mia nonna, mentre la mia bisnonna…a lei non lo so se le piaceva il re, lei faceva i tuffi ad alassio quando c’era il sole.
no, no, non aprire la gabbia, la zia non vuole: se le facciamo scappare i conigli poi ci tira gli zoccoli. è affezionata, la zia, ai suoi conigli.
no, noi non viviamo qui, siamo qui per le vacanze, siamo di milano, noi.
no, qui non mi piacerebbe vivere: c’è solo una televisione piccola, i canali si vedono male e non si prende neanche italia uno e così non possiamo neanche vedere i cartoni al pomeriggio.
eh, sì, lo so, però che pizza! tutti che mi dicono che devo stare fuori a giocare invece di guardare la tivù. ma io mi stufo anche, eh! facciamo sempre le stesse cose: dar da mangiare ai conigli, alle galline…andare a cercare le fragoline di bosco, raccogliere le amarene…che poi a me fanno anche schifo le amarene, sembrano ciliegie andate a male.
ecco, guarda! quello è il grigio! ma ti pare che è più grosso della rossana? no, vero? vedi che mio fratello è cecato? vabbè, poverino, è piccolo…
sì, ce li ho gli amici qui. si chiamano simone e giuseppe. ogni tanto però litighiamo. tipo ieri. ci hanno frustato nelle gambe coi rami di salice, a me e mio fratello. io non ho pianto, lui sì invece, ma lui non capisce niente, è piccolo. e ci ha pure gli occhiali. così gliene hanno date ancora di più. gli dicevano “al galoppo, puffo quattrocchi, al galoppo!”. e mio fratello giù a correre e frignare.
però dopo sono venuti a chiederci i giornalini e la macchinina telecomandata, quindi vuol dire che siamo di nuovo amici.
tieni, dalle questa alla rossana, dalle la foglia del soffione, che le piace.
no, loro non ce li hanno i giochi come i nostri, loro hanno i giochi di qui, cioè, se li fanno. eh, giochi tipo la fionda o altri giochi da farsi male. a noi nostra mamma non ci fa giocare con quei giochi. allora io l’altro giorno ho rubato la fionda a simone mentre era nel campo che tagliavano l’erba, gliel’ho rubata e poi con mio fratello siamo andati nel fienile e abbiamo giocato a tirarci i sassi. guarda, guarda: con una pietra gli ho anche fatto un taglio piccolo nella testa! è anche uscito un po’ di sangue, ma poi io ci ho sputato sopra e ci ho messo un fazzoletto e ha fatto la crosta e mia nonna non si è accorta di niente. forte, eh?
ehi, ciao, ercole! vedi? quello è ercole e quello è lo zio dino, sono il figlio e il marito della zia candina. loro sì che vivono qui, infatti si vestono da poveri. no, non è che sono poveri, ma si vestono da poveri, come tutti qui in montagna. sono sempre sporchi, coi buchi nei pantaloni. e poi puzzano. guarda, stanno andando sul letamaio. ci credo che poi puzzano.

ciao ercole.

mh.

oh, guarda, portano a spasso i conigli, per le orecchie.

perché li liberano?

perché gli danno una botta sul collo?

dice: “per farli dormire”.

anche la rossana.

e poi con la roncola a fare riiiiiiiiiiiip per tutta la pancia e tutte le budella e gli intestini viola e grigi a scivolare sullo sterco di vacca e poi riiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiip di nuovo e via la pelle, via nello sterco di vacca tutto il pelo morbido e soffice e via ancora, riiiiiiiiiiiiiiiiiiip, ancora le interiora a scivolare sul letame caldo e la paglia e riiiiiiiiiiiiiiiiiiiiip un’altra volta via la pelliccia a schiantarsi molle come un budino sopra un cuscino.

pure il grigio

pure la rossana cicciona.


è diventata tutta di sotto-pelle la rossana, le si vedono gli occhi morti di dentro: non ha più gli occhi da coniglio, ha delle palline morte senza contorno al posto degli occhi.
sembra quando fanno vedere i bambini appena nati alla tivù, solo che lei non è viva, è morta.


mio fratello suda e poi vomita, è piccolo.
vomita il pane e marmellata e l’uovo che abbiamo mangiato a colazione. si vede tutto mischiato sull’erba verde, ché lui non mastica mai bene e la mamma lo sgrida sempre.
io sono grande però vomito anche io. però non si capisce cosa ho vomitato perché io mastico bene,  infatti ho pure l’apparecchio.

vomito e un po’ piango, ma dentro.


la zia candina si arrabbierà molto, lei ci tiene ai suoi conigli.

venerdì 29 aprile 2011

fantasmi

io tutte le mattine scendo tre piani di scale che qui corrispondono a tre sole rampe.
poi apro il portone, controllo se c’è posta nella cassettina e la richiudo: non c’è mai posta.
so che il postino passa nel primo pomeriggio ma voglio essere sicura, quindi controllo ugualmente. poi alla sera, quando torno dal lavoro, controllo di nuovo con più emozione.
la mia cassettina della posta è verdona, è una specie di casetta col tetto inclinato in avanti. c’è così tanta polvere sopra che ci hanno scritto col dito “vies”, sporca.
abito qui da quattro mesi e tutti i giorni controllo se qualcuno mi ha scritto: mi piace ricevere lettere o pacchettini di sorpresa. ogni tanto apro lo sportellino della casella e ci trovo dentro una busta con un francobollo da collezione e la grafia svolazzina di mia nonna: quando mi scrive si reca appositamente all'ufficio postale a comperare un francobollo speciale per rendere il rito della lettera ancora più speciale.

per più di tre mesi non ho scritto il mio nome sulla buchetta. non mi sentivo sufficientemente presente a me stessa per apporre il mio nome a un luogo.
poi, tre settimane fa, il mio coinquilino è arrivato con un adesivo gigante, mi ha detto che si era rotto le palle di vivere con un fantasma, che non sopportava di vedere solo il suo nome sulla cassettina delle lettere e che dovevo scrivere a caratteri cubitali il mio sull’etichetta. allora ho cercato un bel pennarello nero e ci ho scritto nome-lasaRamandra-cognome, ci ho disegnato su una salamandrina e l’ho appiccicata tutta fiera sullo sportello della buchetta.

io tutte le mattine scendo tre piani di scale che qui corrispondono a tre sole rampe.
poi apro il portone, controllo se c’è posta nella cassettina e la richiudo : non c’è mai posta.
poi cerco la mia bici e non la trovo mai, ché la mia è una bici nera come le mille altre parcheggiate nella via e io dimentico sempre dove l’ho legata la sera prima.
dopo aver fatto avanti e indietro almeno quattro volte e aver pensato almeno dieci volte “stavolta me l’hanno proprio rubata” la trovo e vado al lavoro.
solitamente sono in ritardo, perciò percorro sempre la stessa strada, la più breve.
svoltato l’angolo, dopo l’ex ospedale psichiatrico, arrivo nella via di huber.
non so chi sia huber. è uno che disegna coi gessetti per terra, come un bambino. so che si chiama huber perché ieri, sotto il suo disegno della giraffa a grandezza naturale con le palme, ha scritto “qui vivono huber e la sua…”. che cosa fosse sua, non si capiva. una sorellina? la giraffa? un'adorata moglie? la scrittura era incerta e incomprensibile però huber ci aveva fatto tutto un bel riquadro blu intorno.
sono sempre in ritardo io, ma ogni giorno mi fermo a guardare i disegni di huber e a volte scatto anche delle foto. una volta ha disegnato un coccodrillo multicolore che sarà stato quattro metri e non riuscivo a farlo entrare tutto nell’obiettivo.
è bravo huber a disegnare gli animali, un po’ meno a scrivere.

io tutte le mattine scendo tre piani di scale che qui corrispondono a tre sole rampe.
poi apro il portone, controllo se c’è posta nella cassettina e la richiudo: non c’è mai posta.
stamattina scendo e non c’è più neanche il mio nome, sulla cassettina, lo hanno stappato.
poi cerco la mia bici, penso almeno dieci volte “stavolta me l’hanno proprio rubata”, la trovo e vado al lavoro.
per strada comincia a piovigginare
mi fermo davanti a casa di huber.
la pioggia ha sbavato via mezza giraffa e la scritta di huber dice solo “ qui…hb…r e la…”.
inizia a piovere fortissimo.
i disegni di huber si fanno una macchia scura e scomposta.
penso che con l’acqua se ne andrà la polvere dalla mia cassettina “vies” che da oggi è anche anonima.
se nominare una cosa significa darle forma, dei contorni precisi, e scriverla, disegnarla, significa darle vita, mi chiedo cosa succeda a certe parole a cancellarle, a farle a pezzettini.

martedì 26 aprile 2011

fastidi di rito

ho un rituale tutto mio prima di mettermi a scrivere, tutta una vestizione di cui non capisco il senso ma a cui non riesco a sottrarmi.
mi copro tantissimo, in modo esagerato. sempre indosso una felpa e una fascia di lana nera per i capelli che fa anche da “scaldacollo”. a volte le felpe sono addirittura due, una delle quali è un feticcio, una felpa troppo grande per me a cui sono però affezionata. quando fa molto freddo, la doppia calza è d'obbligo, ma raramente indosso scarpe o ciabatte: mi piace avere i piedi liberi.
ho deciso che sono affetta da ipotermia preventiva. le cause sono sconosciute: non è lo stare ferma davanti al pc a causarla, perché il freddo comincio a sentirlo non appena decido di mettermi alla tastiera, quando magari sto facendo altro.

adesso sono qui, seduta al tavolo della cucina coperta come un cosacco da tre ore.
in casa ci sono ventiquattro gradi e mezzo.
oltre alla fascia, ho in testa un racconto che non riesce a prendere forma, lo visualizzo a pezzi che non riesco a cucire insieme.

mi sudano le parole, sono esausta e frustrata per questo andare da nessuna parte.
direi che per oggi basta.

sabato 23 aprile 2011

vertigini

ho ricominciato a lavorare in gelateria. è un lavoro per me molto stancante,  però per una serie di motivi che non sto a spiegare lo faccio.
il lavoro di cucina è sicuramente più faticoso, ma prevede momenti in fase di preparazione che mi permettono di estraniarmi: la ripetizione del gesto mi è fertile al pensiero.
in gelateria è diverso: c’è il contatto col pubblico che mi gratifica, ma che non mi consente un silenzio produttivo.
dall’altra parte però, la clientela è uno spunto continuo di riflessione, il bancone diventa il mio punto di osservazione privilegiato su un’umanità varia con cui entro in contatto per pochi secondi.
osservare la gente mi piace. osservare la gente mentre la servo mi piace ancora di più.
il lavoro è faticoso perché devi muoverti in continuazione e fare mille pallette con un gelato sempre troppo duro. a volte viene la tendinite.
alla sera poi bisogna trasferire le vasche di gelato dal freezer della produzione ai grandi frigo che stanno tra il laboratorio e il negozio. lì il gelato raggiunge la temperatura ottimale ed è poi pronto per essere messo in vetrina. le vasche di gelato possono pesare cinque o dieci chili, nei frigo ce ne stanno un centinaio e durante il giorno è un continuo spostamento di vaschette. alla fine della stagione ti vengono i muscoli alle braccia ma non è il bel vedere che ci si immagina, non sono muscoli scolpiti, sono muscoli da bassa manovalanza, che scoppiano in punti a caso.

è alla sera che si riempiono i tussen freezer, i frigo di mezzo.
a me piace quel momento della giornata, è il mio momento ipnotico.
per riempire i tussen freezer devi prima stilare una lista dei gusti che serviranno il giorno dopo in vetrina. poi devi attraversare la sala di produzione e dirigerti verso la cella.
la cella è una stanza refrigerata a –25°. per entrarci devi indossare una giacca pesantissima. ci sono in tutto tre giacconi, li usano i ragazzi della produzione quando devono stipare gli scaffali.
mi infilo questa giacca che mi va enorme, che ha maniche che mi nascondono le mani. è una giacca che odora di maschio. mi piace avere addosso questa giacca calda e troppo grande, mi ricorda quando, ragazzina, rubavo le camicie a mio padre e poi, donna, al mio uomo, perché mi rimanesse addosso il suo profumo.
all’inizio della stagione sento solo un indistinto odore di maschio in quella giacca, odore di maschio qualunque. col passare dei mesi la giacca si impregna di odori misti: odore di axe, di sudore, di umidità, di cibo cinese, di ghiaccio, di tabacco, di panna. a metà stagione, quando ho conosciuto i ragazzi che lavorano in laboratorio, posso affermare con certezza quasi assoluta chi di loro ha indossato la giacca per ultimo: mi vanto di avere un ottimo olfatto. a fine agosto, a stagione ormai terminata, quella giacca è una bomba di testosterone, sembra quasi pelle di animale, ma questo non la rende meno confortevole per me.
indosso il giubbotto e mi copro la testa col cappuccio. mi infilo dei guanti di gomma spessi. è una vestizione buffa, soprattutto quando fuori ci sono trenta gradi e la gente gira in canotta.
mi asciugo le labbra prima di entrare in cella, temo sempre che mi si incollino per il freddo.
poi

tlack.

faccio scattare la maniglia, entro.
esito sempre un po’ prima di chiudere la porta alle mie spalle, la paura di rimanere bloccata dentro è costante. ma sempre devi chiudere la porta quando fai i refill dei frigo, altrimenti la temperatura interna si abbassa e non fa bene al gelato.
quindi, non importa se ti cachi sotto: quella porta la devi chiudere.
e io la chiudo.

tlack.

il secondo tlack è causa di un moto di vertigine. un momento di “ma se non si riapre più?”.
la vertigine è un avvitarsi del cuore e della pancia, uno strozzarsi per poi liberarsi, come a fare bocconi avidi di aria.
la vertigine te la dà sempre quel “ma”, quello che non ti fai mancare mai.
“ma se non si aprisse più?”
“ma se non mi sentissero, da fuori?”
ma se.
mi sforzo di ignorare quel pensiero, mi metto a cercare le scatole di gelato segnate sulla lista e le sistemo su un carrello.

passerò il prossimo quarto d’ora qui dentro, in solitudine totale.
è il momento che preferisco, è il mio momento.
si sente solo il ronzio del motore del frigo e il rumore prodotto dal mio fiato che entra come lama nella gola e tutta mi taglia.
il tempo si fa sospeso, s’incolla addosso come abisso.
l’interno della cella è luminoso, di luce quasi che acceca.
questo freddo paralizza il pensiero, istupidisce lo sguardo e mi rallenta.
mi sento un pinguino nell’acqua polare, mi sento svuotata di lavorio cerebrale.
ogni volta provo a rimanere un po’ più a lungo qui dentro, come a vedere quanto resisto, come in un’apnea di tinta vagamente suicida: un po’ di più e ancora un altro poco e ancora un pochino…
a spingermi a premere il pulsantone verde sulla maniglia per aprire la porta è la paura di essere rimasta veramente bloccata all’interno.
lo pigio sempre prima di avere troppo freddo, il pulsantone che sembra quello dei quiz tivù, lo premo prima che la vertigine di un pensiero di morte mi colga troppo lucidamente.

è sempre un “ma se” a far lo strozzo.
“ma se mi avesse mentito?”
“ma se non potessi vederla mai più? “
“ma se tutto finisse domani?”
ma se.
ma.
vertigini, asprissime, dolcissime.

mio padre ama andar per boschi. infilategli quattro pali di legno con le cime dipinte di verde in un terreno con una pendenza del 45%, spegnete le luci e fatelo camminare in tondo, possibilmente tirandogli addosso delle catinate d’acqua gelata, e lo farete un uomo felice. mio padre è fatto così: è l’idea dell’andar per funghi che gli piace, mica i funghi in sé. io mio padre non l’ho mai capito nel suo arrampicarsi per sentieri ostinato e faticosissimo, l’ho sempre seguito o con rabbia frustrata o con la curiosità arresa di chi attende l’illuminazione, di chi si aspetta che il senso del cosmo gli si riveli.

ora ho capito che anche mio padre prova la vertigine, andando a funghi.
la vertigine di mio padre è “l’urs”, è l’orso. ché mio padre ha paura di incontrare l’orso nel bosco, ha paura che l’orso se lo mangi. e non è che vada a funghi  nel Wyoming, nel parco di Yellowston, no. però lui ci ha paura uguale, che se lo sogna anche, l’orso.
ma nonostante questo, ci va, a funghi.
e gli piace.
non rinuncia, per l’orso, alle secchiate d’acqua e ai dirupi che tanto lo affascinano.
anzi, il pensiero di poterlo incontrare davvero rende il tutto più eccitante, più nervoso.
l’orso dà a mio padre quella vertigine che dà a me la porta chiusa della cella.
è il chiedersi che sarà, dopo.
è il “ma” a cui non sappiamo rinunciare.
è una droga quel “ma”.
è dubbio e possibilità.

premo con forza il pulsantone verde.
non succede nulla.
schiaccio di nuovo.
niente.
più forte.
una, due, cinque volte.
mi butto contro la maniglia con tutto il lato sinistro del corpo.
do una spallata che mi lascerà il livido.

tlack.

i clienti mi vedono uscire dalla cella di colpo, con un balzo.
prendo le scatole in braccio, quindici chili per volta, come cristiani piccoli.
i clienti vedono un alieno intabarrato attraverso la porta vetri che separa la produzione dal negozio, vedono un astronauta, mi indicano e ridono.
non sanno i clienti che sono una sopravvissuta, non sanno che io godo di vertigini.

non sanno niente i clienti, nessuno sa niente.

mercoledì 20 aprile 2011

e ora...qualcosa di completamente diverso

questo dialogo non l'ho scritto io ma la mia gemella stupida qualche giorno fa. 
ogni tanto le devo dar spazio che se no si offende.
a lei piacciono le cose sceme senza un senso, 'nci posso fare niente...


- ma cosa vuole che ne sappia, me lo sono ritrovato qui, sul banco del bar e ve l’ho portato.
- glielo chiedo un’ultima volta: a chi appartiene questo seno?
- non so più come dirvelo: non-lo-so!
- dove l’ha trovato?
- oooh! ma lo volete capire o no? era sul banco del mio bar!
- e come l’ha trovato?
- oddiocristo aiutami… allora, ve lo spiego per l’ultima volta…
- decidiamo noi quale sarà l’ultima volta. continui.
- erano quasi le otto di sera e stavo pulendo la macchina del caffè…
- con che cosa?
- come con che cosa? con una spugnetta…è rilevante?
- siamo noi a fare le domande qui. le ho chiesto con che cosa stava pulendo la macchina del caffè.
- con una spugnetta bagnata.
- bagnata con che cosa?
- bagnata…di acqua calda…
- ecco, lo dicevo io che mia moglie non capisce una mazza. usa il glassex, quella, che dice che così viene più lucida! più lucida di ‘sto cazzo, come no. mi perdoni. continui.
- sì. stavo pulendo la macchina del caffè con una spugnetta quando…
- scusi se la interrompo: ma anche per i filtri usa solo l’acqua bollente?
- normalmente sì, ma due volte a settimana uso un prodotto anticalcare apposito. però il mio è un bar, capisce, per una macchina di uso domestico basterebbe una volta al mese, penso.
- sì, gliel’ho detto a mia moglie, ma quella si ostina a ficcare una pastiglia di calfort nella caldaietta e poi non lascia scorrere l’acqua abbastanza e finisce che io mi bevo ammoniaca. ci credo che poi mi brucia lo stomaco.
- ci credo anche io…
- …
- posso continuare?
- certo. stava dicendo?
- del seno.
- ah, sì, il seno.
- vado?
- vada, vada.
- dicevo che stavo pulendo la macchina del caffè quando è entrata una donna magra con delle occhiaie profonde. la ricordo bene perché ho notato che indossava una parrucca. aveva la frangia di traverso…capisce? così, in giù, ma storta.
- sì, sì, ho capito. vuole un caffè?
- mah, se c’è sì, grazie.
- io lo posso bere solo qui al lavoro: quello di casa, come le ho detto, mi spacca lo stomaco. quella donna vuole uccidermi, ne sono certo.
- quale donna? quella del bar?
- ma no, mia moglie!
- ah, sì, giusto: il calfort.
- eh.
- insomma entra questa signora con la parrucca e mi chiede un caffè. io mi secco quando mi chiedono un caffè mentre sto pulendo la macchina, tutti i baristi si seccano se gli chiedi un caffè quando stanno pulendo la macchina. è come chiedere a un pizzaiolo di farti una pizza quando ha spento il forno.
- in che senso?
- era per fare un esempio, per dire che è irritante sporcare la tua postazione quando ormai hai pulito tutto…
- mh.
- “mh” cosa?
- mh e basta. quindi lei mi sta dicendo che era nervoso quando la donna con la parrucca è entrata a chiederle un caffè. quanto era nervoso?
- non è che ero nervoso, mi sono solo irritato!
- e quanto? abbastanza da privarla di un seno?
- senta, io non ho privato nessuno di nulla!
- eppure lei si è presentato qui in caserma con un seno in mano.
- sì, ma l’ho trovato sul bancone del mio bar, volevo restituirlo!
- a chi?
- alla proprietaria! magari si presentava da voi facendo denuncia di smarrimento di un seno…
- …o di furto di un seno…
- furto di un seno?!? non ci credo…è uno scherzo…basta, la prego, la smetta!
- basta lo dico io. altro caffè?
- no. anzi sì. ma con un po’ più di zucchero.
- io lo prendo amaro. fa più scena.
- in che senso fa più scena?
- mah, così…nei film gli ispettori di polizia bevono sempre caffè amaro, ci ha fatto caso?
- sì, ma nei film gli ispettori di polizia bevono caffè americano. e il caffè americano è lunghissimo e non serve lo zucchero. e poi nei film americani i commissari di polizia sono commissari di polizia, non carabinieri. e dalle righine rosse sui suoi pantaloni io penserei che…
- vabbè, più o meno è uguale.
- …sì. più o meno.
- ma come era questo seno?
- in che senso?
- al tatto: come era?
- eh…era…morbido…liscio…
- grosso?
- abbastanza, sì. una terza abbondante, direi.
- che ci ha fatto?
- …
- le ho chiesto di dirmi che ci ha fatto. forza, risponda.
- ahm. l’ho accarezzato un po’. ma piano. sembrava un gatto acciambellato. un gatto senza peli.
- un rex.
- no, no, non un cane. sembrava proprio un gatto.
- rex è anche il nome di una razza felina senza pelo.
- per essere un carabiniere ne sa, eh! sembra quasi un ispettore di polizia.
- che le dicevo? tutto merito del caffè senza zucchero. quindi lei ha toccato questo seno e… era d’accordo?
- chi?
- la proprietaria del seno.
- la proprietaria se ne era già andata quando io ho toccato il suo seno. sempre che la proprietaria fosse la signora con la parrucca…
- e il seno che ha detto?
- nulla! che doveva dire? è un seno!
- ha fatto le fusa?
- le fusa? no!
- lo dice come se avessi detto un’assurdità.
- no, per carità: non mi permetterei mai.
- bene. comunque il seno sostiene di essere stato toccato contro la propria volontà.
- ilsenocosa??
- lei rischia un’accusa per molestie.
- ma la proprietaria che dice?
- la proprietaria non si trova.
- e quindi?
- quindi dobbiamo basarci sulle parole del seno.
- capisco. no, anzi, non capisco affatto. posso avere un altro caffè?
- certo.
- zucchero abbondante?
- no, faccia amaro. fa più scena.