domenica 31 luglio 2016

Ho piantato i pomodori in una latta

VI.

ho piantato i pomodori in una latta
ho piantato un albicocco
la sera li annaffio e fingo
di non essere qui.
i miei coinquilini guardano la tv
fumano
bevono
a volte litigano
ancora bevono
io bagno le piante.
cinque uomini in una casa non è cosa.
cinque estranei
a dividersi l’affitto
le bollette
il riscaldamento
   il gabinetto
- a volte,  il letto.
cinque uomini a imparare
a cucinare
lavare
fare
cose di madri zie e sorelle
(servirebbe un manuale
un corso
di primo soccorso
prima di attraversare il mare).


in cortile rumore di piatti
caldo
pianto di bambini
agosto.
mi stendo sul letto
chiudo gli occhi
penso a me e a te quel giorno
all’ombra del ciliegio
il falco a tagliare il cielo in cerchio
la tua mano sui miei occhi.
dormo.

***


Ispirata al film My name is Adil, così potente da farmi tornare la voglia di scrivere.



sabato 30 luglio 2016

Le tue parole pesanti


V.

Le tue parole pesanti
hanno spaccato il cielo, amore mio:
sono giunte con la fine dell’estate
e mi son piovute addosso di sorpresa, sull’aia
mentre lavavo le stoviglie accovacciata
Erano agnelli col terrore della lama
alberi possenti in attesa dello schianto:
come passeri caduti le ho raccolte
e benedette silenziosa
- una ad una
una ad una.


Amore mio, ti prego, ascoltami:
il tuo qui è lì, ora.
Rialzati, cammina e non voltarti:
il nostro posto è
accanto a te nel tuo domani.


Oggi guarda avanti
in quelle strade troppo strade
in quei rumori che non so.
Cammina sicuro, cercami, seguimi:
io sono
quella di giallo vestita
sono
quella che non molla la presa.
Io sono
nel letto troppo stretto
nella pentola che bolle
nel verbo da imparare.
Sono nei pochi alberi e nei bambini pochi
nei documenti da compilare
sono nei televisori
nella fila all’ufficio immigrazione.
Io sono nell’acqua del rubinetto
sono nell’ascensore
sono nel furgoncino
sono nei sette giorni a lavorare.
Io sono nella prima neve
nella pioggia e sotto l’ombrello
sono nel cinema all’aperto.
Io sono con te
e sorrido e danzo e
ti impollino di me.

***

Ispirata al film My name is Adil, così potente da farmi tornare la voglia di scrivere.

giovedì 28 luglio 2016

Indietro non si torna


IV.
Indietro non si torna
ma qui non è come credevamo, habibti
non è un qui come il nostro, questo
pieno di spazi nostri, vuoti.
Il nostro qui è terra rossa 
pietre sterpi poca ombra tanto sole;
è cicale, i merli la mattina, gatti magri
strade polverose disegnate
silenzio sopra intorno dentro
solo
scricchiolare
di piedi sopra i sassi
un belare
un abbaiare
il fruscicare delle foglie:
tutto tanto
immensamente tanto
tanto, tantissimo di poco.


Questo, di qui, invece, è un qui straripante
troppo abbondante, amore mio
un qui troppo pieno affollato senza vita
- villaggi senza terra senza piante senza bestie senza figli
qui è tutto macchine case supermercati strade
tantissime strade e luci
la sera, la notte, tutta la notte
luci rumori musica -brutta musica
la gente che passa
la gente che non mi guarda
le donne sole
le donne nude
i vecchi soli
il cibo tanto
il cibo tantissimo
tutto il cibo nella plastica
verdure nella plastica
la televisione
le regole
gli orari
il cielo piccolo
il rumore
questo rumore, habibti
tu non puoi sapere questo rumore.


qui è tanto tutto
tutto troppo forte
troppo veloce
troppo difficile capire
impossibile spiegare


habibti
pensarvi lì mi ammala
pensarvi qui mi uccide.

***

Ispirata al film My name is Adil, così potente da farmi tornare la voglia di scrivere.

mercoledì 27 luglio 2016

Guardo i nostri figli in tondo

III.


Guardo i nostri figli in tondo sotto il fico ad ascoltare
il nonno raccontare di viaggi fortunati e mitici raccolti


Guardo i nostri figli e tu non sai
i primi passi e i denti nuovi
“mam-ma”, “pa-pà”
la febbre alta e la paura
imparare a camminare.
Guardo i nostri figli e non ci sei.


Troppe lune, troppe, e ho perso il senso, amore
di questo perdersi e abbandonarsi
del tuo andare e del mio restare
di questo tuo vincere orgoglioso sul mare.


La notte tu mi manchi nelle ossa
manchi nel letto e nel respiro:
non dormo
piango
penso:

io, per me, ho perso.

***

Ispirata al film My name is Adil, così potente da farmi tornare la voglia di scrivere.

lunedì 25 luglio 2016

Acqua mia

II.

Acqua mia,
le rondini mi hanno portato oggi
il tuo canto d’amore a colazione
proprio quando ormai iniziavo a disperare.


La tua mancanza non fa primavera.
Il cielo qui non è mai veramente blu
è come se gli mancasse l’aria.


Mangio regolarmente, non bevo.
Per sopravvivere
cerco di non pensare a voi.
Quando non lavoro, dormo.


Sono invecchiato molto, acqua mia:
se mi vedessi, mi scambieresti per il vecchio Aziz.
Chissà se quando torno mi vorrai ancora.


Acqua mia,
aspetto le tue parole.
Cantami ancora
non dimenticarti i miei occhi:
io non ho dimenticato i tuoi.


Vienimi incontro sulla stradina quando torno
prendimi per mano
accoglimi.
Anche se questo me invecchiato ti spaventa
non lasciarmi cadere al mio ritorno
non sulla stradina
non davanti ai bambini
non davanti ai nostri anziani, acqua mia
non lasciarmi
acqua mia, ti prego
tienimi quando arrivo
tienimi.

***

Ispirata al film My name is Adil, così potente da farmi tornare la voglia di scrivere.

domenica 24 luglio 2016

Tu hai sconfitto il mare

I.

Tu hai sconfitto il mare 
- che è più grande di tutta la nostra terra, dicono,
e ha bocche rapaci che ci mangiano gli uomini, raccontano -
ed io sono rimasta ad aspettarti qui
alla fine dei campi
alla fine del giorno,
sola.


Il tuo corpo manca, amore mio
e l’assenza asseta
sbriciola
poco a poco:
mille stagioni tra di noi
-il vento la pioggia il grano la polvere
un figlio ad ogni ritorno
-fotografie di carne (occhi, mani, labbra, ciglia),
i nostri mini-te.


La notte
accarezzo l’impronta delle tue mani sul muro
e canto in silenzio il mio amore con parole di gelsomino:
le rondini che vincono il mare
le porteranno al tuo cuore a primavera.


***
Ispirata al film My name is Adil, così potente da farmi tornare la voglia di scrivere.

sabato 8 giugno 2013

dream #06


fuori, blu:
il cielo liscio, ricamato
dai cerchi urlati delle rondini -
dentro, grigio:
il tuo volto in un ovale,
su quel tavolo che non c'è più.
era cento anni fa, ero cento anni più giovane
là, nella casa nostra, dei figli nostri appesi alle pareti.
dicevo: “bevi”
e ti annaffiavo gli occhi
e la bocca
e tutto ti coprivo, con l'acqua mia inesauribile
e femmina.
sfiorivano i ciliegi e rifiorivano
e sulla lingua tua germogliavano parole sconosciute, una musica
parole impronunciabili
vergini
- parole bianche.

“sei tu che sei partita, non io: sei tu che non sei più”
e dal piatto mi specchiavi la mia ombra,
antichissima e indissolubile
una montagna lieve, distante.

poi, aprivo la finestra e tutto diventava più arancione:
sentivo
profumo di limoni
grida, buttate dal mercato
- il sole.


***



***

Questa foto l'ha scattata la mia amica Rori Palazzo
Rori si fa raccontare i sogni dagli amici, poi li reinterpreta fotograficamente, utilizzando la tecnica della doppia esposizione.
Qui trovate il link al suo lavoro sul tema del sogno.
Io ho avuto la fortuna di vedere alcuni suoi scatti non solo in digitale e mi sono così emozionata che mi è venuta voglia di scrivere questa cosina qui sopra.
Rori ha anche un blog in cui racconta la sua Palermo giorno per giorno, si chiama PalermoDailyPHOTO.


lunedì 25 marzo 2013

uccellicane




sono impermeabili neri col cappello ed il becco.
come streghe altissime e goffe, le teste chinate,
hanno gambe di stecco
che al pensiero del vento si spezzano
o spariscono.

sono forze di uccello gli uccellicane,
hanno occhio e pazienza di cane.
ti guardano senza guardarti
si muovono immobili
ti parlano zitti
nell’immobilità smigrano, nell’esserci vanno.

il primo uccellocane esce da un sogno,
da una macchina in fumo.
io lo guardo, l’uccellocane,
gli dico: chi sono quelli che tu sei?
dove stanno quelli dal cuore a perline,
quelli delle segrete parole?

l’uccellocane è i morti
l’uccellocane è il silenzio di stare da soli.
sta zitto l’uccellocane e mi guarda senza gli occhi.
dice tutto zitto
dice la verità e il giusto.

l’uccellocane ti può mangiare il cuore in un boccone
ti può succhiare il respiro
ma poi è buono e non lo fa.

mai devi avere paura degli animali di buio
mai devi temere le cose di scuro.






Fabio Visintin è l'autore del gioiellino qui sopra. 
Un giorno ho dato a Fabio alcuni miei scritti, a lui sono piaciuti e ha deciso di dare alle mie parole i colori che cercavo. Io e Fabio non ci conosciamo, nemmeno virtualmente, eppure lui, a partire dalle mie poche parole, è in grado di disegnare posti in cui sono stata con l'immaginazione, riempiendoli di vita, come se ci fosse già stato.




domenica 24 marzo 2013

se tu apri la bocca poco




se tu apri la bocca poco
come a farci entrare
un bacio piccolo di lingua
io ci infilo dentro
tutti i pesci minuscoli del mare
tutti i pesci dagli occhi di biglia spalancati.

se tu apri la bocca poco
io ci soffio dentro
tutte le luci sottili
a rischiarare gli abissi
sotto la tua pelle.

apri la bocca piano
apri la bocca nello zitto profondo
succhia
tutto il silenzio
degli animali minuscoli
dei movimenti piccini.

apri la bocca poco
aprila piano, aprila
nel nero dell’acqua
poco

apri la bocca piano
aprila
poco poco
aprila.




(avere dentro tutti i pesci del mondo di mare
non è cosa di schifo
o di viscido
è cosa di sentirsi senza un confine
è cosa che poi ti puoi addormentare).











Il capolavoro qui sopra è, ancora una volta, di Fabio Visintin che ha deciso di dare forma e colore alle mie parole. A mio parere, questo è un lavoro perfetto, che si combina armoniosamente col mio testo, ma lui sostiene che non sia ancora "completamente a fuoco" e che si tratti solo "passi di avvicinamento": prepariamoci alla meraviglia, a quanto pare non sono sola nel mio perfezionismo.



martedì 5 marzo 2013

Uomo con lumicino e animale femmina



 - con voce sottile, dal fondo, chiamarti, immensa -




Dimmi, dove  sei, dove vai con quel tuo lumicino?


Lo senti questo silenzio, questo caldo nel ventre
 che lascia bagnata la pelle, 
che fa discostare le cosce? 


Qua sotto è una ressa, di animali che scalciano
che parlano una lingua muta
 di rosso di oro che brilla
antica, sul fondo.



Dimmi, li senti, tu? Li vedi anche tu, col tuo lanternino?



E' arrivato il momento di lasciare entrare le bestie,


spalancare le imposte sul fondo


sul nero



l'abisso



e scendere




entrare
  




più giù






più giù





più giù.





Vieni dentro anche tu

ora

vieni col tuo luccichino
vieni dentro di me

- grandissima e nera e infinita e femmina -

vieni dentro di me

vieni, tu

adesso


ora.






Illustrazione onirica di Fabio Visintin, disegnatore che, col suo bianco e nero, mi ha ridato le parole, dopo avermi lasciata senza.