sabato 9 luglio 2011

ma tu lo sai dov'è l'australia?


a mia nonna Adriana, che vorrebbe andarci,
e a Monica, che ci andrà.




- ma tu lo sai dov’è, l’australia?
- sì che lo so. no, non è vero: non lo so.
- lo sai che non è l’austria, che è un altro paese?
- sì, eh! sono mica scema!
- mh. lo sai che è dall’altra parte del mondo, sì?
- ahhh! no, non dirmelo, non dirmelo! lo so che è lontana fés, lontana tanto, ma non lo voglio sapere quanto!
- però ci vai. a vivere.
- sì.
- mh.

*

mia nonna è bassina e un po’ curva. aveva un papà che si chiamava paolo ed era più basso di lei. il papà della mia nonna era così piccolo, ma così piccolo, che nessuno lo chiamava paolo, lo chiamavano
tutti paolino, paulìn, ché paolo era un nome per chi pesava almeno sessanta chili. io e mio fratello invece lo chiamavamo il nonnino.

il paulìn aveva un canguro disegnato per sempre su un avambraccio e indossava il cappello e la giacca, anche d’estate. io mi ricordo di lui come un nonnino atletico perché una volta -eravamo ai giardinetti di tirano vicino al pensionato- si è tolto la giacca che non toglieva mai, si è risvoltato le maniche della camicia e si è appeso al ramo di un albero a dondolare. è una cosa atletica, appendersi ad un albero a dondolare, per un nonnino che pesava meno di sessanta chili.
il nonnino paulin era atletico ma anche un po’ gobbo, più della mia nonna curva.
era un buono e stava con una moglie che era un generale e si chiamava rina, caterina.
la nonna caterina noi la chiamavamo la nonnona, per distinguerla dall’altra bisnonna che si chiamava caterina anche lei ma era magra (e che, di consegueza, chiamavamo  nonnina).
adesso mettiamo da parte un attimo la nonnina che non c’entra con la storia che voglio raccontare, e concentriamoci sui canguri e sulla nonnona.
la storia è una storia di partire, inizia sulla pietra sbucciata della valtellina e finisce in australia, nelle foreste.
è una storia di lasciare e di ritrovare e poi ancora lasciare e poi non si sa bene come finisce.
è una storia di spostarsi.

la nonnona aveva un papà, un papà che si chiamava giovanni che aveva un papà che si chiamava francesco.
un giorno – la nonnona deve ancora nascere, il suo papà è ancora un ragazzino-  il papà di giovanni, francesco, dice: qui abbiamo troppi debiti da pagare, ci servono più soldi o non si mangia. vado in australia a lavorare.
era il milleottocentoequalchecosa.
la sua sposa non dice niente, che cosa deve dire? pensa: meno male che ho un uomo per bene che non ci fa mancare la polenta in tavola.
il giorno della partenza, la moglie del nonno francesco prepara una valigia che è un sacco e ci mette dentro, insieme ai vestiti –pochi- un pezzo di fomaggio e due pani di segale. in un fazzoletto grande ci chiude tre mani di noci. esce sulla strada col figlio giovanni di dodici anni a salutare il marito e gli dice: fa mò il braf, bef poc. fai il bravo, bevi poco.
il figlio giovanni sta con la testa bassa e, quando il padre si è già voltato per scendere la strada di ghiaino, dice

ohivò, pà…

e s’ammuta.
poi apre la mano destra e dentro c’è un rampèl, un coltello con la lama che rientra nel manico, a forma di esse. l’ha fatto lui, per il suo papà. l’ha fatto lui, per il suo papà che va in australia.
nessuno sa dov’è l’australia, tutti sanno però che c’è lavoro per tutti e che per arrivarci bisogna prendere il treno e poi il bastimento che è un treno che va sull’acqua.
il sò pà prende il rampèl e lo mette in tasca.
al figlio gli stringe la spalla sinistra con le cinque dita così forte che giovanni pensa che il rampèl non gli piaccia, che non l'abbia fatto abbastanza bene, che la lama sia storta, ma no, non è così.
francesco chiude gli occhi un attimo, inspira profondo, inizia a camminare col passo deciso, arriva in fondo alla strada di ghiaino e svolta senza girarsi a salutare.

*

lo sai che starai a testa in giù, in australia?
come, a testa in giù? mi tiri in giro?
no che non ti tiro in giro. se questo melone è la terra e noi siamo qui, l’australia è esattamente…qui: dalla parte opposta e di sotto.
monica sgrana gli occhi e si tappa le orecchie. ride.
non lo sa dov’è l’australia, monica. sa che ci sono i canguri e basta.
dice
vado a vedere i canguri e poi torno.

come andare allo zoo col dieci barrato: uguale.

*

il nonno francesco parte. prende il treno e scopre che non va con la biada, prende il bastimento e scopre che non è vero che è come il treno, non è legato a due corde di ferro per terra come il treno. il bastimento sta a metà tra il cielo e tantissima acqua, più tanta dell’Adda, più tanta di tantissimi Adda tutti vicini e va pianissimo, il bastimento,  va così piano che gli uccelli lo superano in volo.
il nonno francesco arriva in australia dopo quaranta o cinquanta giorni o forse cinquantasette. non si sa cosa abbia fatto tutto quel tempo, chi abbia incontrato, quali dialetti abbia sentito.
il nonno arriva in australia e trova lavoro nelle foreste: disboscatore.
servono uomini che taglino gli alberi, che l’australia è una grandissima foresta e non c’è spazio per costruire le case.
il nonno inizia a lavorare un mese, tre, otto.
e la sua sposa, con giovanni ragazzino a badare alla vigna e a star dietro ai creditori, un giorno decide  che basta di aspettare, basta di avere mezzo letto ghiacciato tutte le notti.
non lo dice, lo pensa.
fa un sacco uguale a quello che ha fatto mesi fa, otto o forse dieci.
ci mette dentro, insieme ai vestiti –pochi- un pezzo di fomaggio e due pani di segale. in un fazzoletto grande ci chiude tre mani di noci. esce sulla strada per salutare il figlio giovanni di adesso tredici anni e gli dice
vai a cercare ‘l tò pà, digli che abbiamo fame.
giovanni saluta la mamma e parte.

prende il treno e scopre che non va con la biada, prende il bastimento e scopre che non è vero che è come il treno, non è legato a due corde di ferro per terra come il treno. il bastimento sta a metà tra il cielo e tantissima acqua, più tanta dell’Adda, più tanta di tantissimi Adda tutti vicini e va pianissimo, il bastimento, va così piano che gli uccelli lo superano in volo.
passano i giorni, undici, venticinque, trentadue.
giovanni pensa: forse l’australia non è da nessuna parte, forse è questa l’australia, forse l’australia è spostarsi.
un pane di segale è finito prima di genova, un altro gliel’ha rubato un signore rosso di capelli grosso come il masso della val masino. del formaggio ricorda solo l’odore ed è buono da pensare alla sera, prima di addormentarsi.
in questa asutralia di spostarsi si mangia troppo poco, pensa giovanni, non so se mi piace.
passano tanti paesi che non sono mai l’australia, passano i giorni che sono quarantanove e alla fine eccola, l’australia.
ah, è come a casa mia, pensa giovanni mentre scende dalla passerella del bastimento. è come casa mia solo un po’ più fitta di persone e con meno mucche.

*
quando decido di partire ho ventotto anni, quasi ventinove. mi ero detta che avrei dovuto fare un’esperienza all’estero prima dei trenta. sono al limitare, non ho figli, non ho un mutuo da pagare, i miei genitori sono ancora giovani e sani, in poche parole non ho nessun vincolo.
mia nonna, quella curva, mi dice un giorno al telefono
vai, sara. vai e non voltarti mai indietro, come dice il vecchio al ragazzo di nuovo cinema paradiso, te lo ricordi?
no, nonna, non ricordo mai niente, io.
beh, ecco. tu vai. e non voltarti indietro. non farti prendere dalla nostalgia, mai. la nostalgia è una brutta bestia. ti prende per i capelli e ti tiene ferma immobile o ti tira indietro. tu tieni i capelli raccolti e non ti girare mai. se sei felice lì dove sei, vai avanti e non pensare mai a noi.

io inizio a piangere piano ma non mi faccio sentire.

*

giovanni segue tutti gli uomini che cercano lavoro come disboscatori e arriva nella foresta.
ha un biglietto con scritto il nome di suo padre, francesco forcari, e lo fa vedere a tutti.
chi lo conosce, francesco forcari? chi?
vai giù di là che lo trovi.
giovanni arriva in uno slargo tutto pieno di schegge e di segatura di tronchi.
lo riconosce, suo padre, è piccolo e tozzo.
sta di spalle seduto sopra un albero sdraiato.
non lo vede, giovanni, ma suo padre sta intagliando un pezzo di legno col suo rampèl.
e francesco non lo vede, suo figlio che trema, alle sue spalle.

poi
piano
con un filo di voce
di ragazzino uomo
dice giovanni

ohivò, pà.

francesco non si gira.
non alza la testa.
muggisce:

quela porca de la tu mama…

nessuno sapeva dove fosse l’australia. si sapeva che era dopo tirano di certo, che era dopo albosaggia dove stava di casa la rosina, che rimaneva dopo cosio che ci fanno il formaggio, anche dopo colico dove c’è un mare piccolo.
ma non lo sapeva nessuno che non era un posto di spostamento infinito, da non mandarci un ragazzino con tre mani di noci e due pani di segale.

*

- quando sarai in australia non ti servirà la piastra, tanto sarai sempre spettinata, stando a testa in giù.
- daiiii! muchela mò!
- magari ti passa l’emicrania e non devi più prendere le pastiglie.
- mh.
- che c’è?
- mi mancherai.
- non cominciamo.
- ma tanto torno a trovarti.
- eh, già, torni col dieci barrato, a trovarmi! e poi lo sai che non mi devi dire che torni. non me lo devi dire mai. quando sarai ad amsterdam mi dirai: vienimi a prendere all’aeroporto, sono tornata. e io verrò, anche se sarò diventata vecchietta. prima di allora, non dirmi mai che tornerai.

*

dopo tanto tempo, i nonni giovanni e francesco fanno ritorno alla casa dietro la curva di ghiaino.
prima di tornare hanno visto i kanguro che sono dei cani che saltano in piedi tutti in gruppo.
quando raccontano la storia dei kanguro tutti ridono e dicono roba da matti.
quando giovanni diventa uomo, si sposa. poi nasce la nonnona che poi incontra il nonnino che va anche lui in australia e sul bastimento si fa tatuare il canguro sull’avambraccio.
poi anche lui ritorna.
altri forcari vanno in australia, si fanno la famiglia, restano a vivere coi kanguro.
io sono partita, ma partita vicina, partita che non sono né di qua né di là. sono nell’australia di spostamento infinito del nonno giovanni.
non mi piace raccogliermi i capelli, così spesso la nostalgia me li prende e tira e io piango e non vado da nessuna parte o sprofondo.

monica, tu non devi pensare a tornare.
tu stai partendo, stai partendo per l’australia.
non si parte mai per tornare.
partire, Partire veramente, si parte per sempre.

buon viaggio, amica mia.
e tieni sempre i capelli legati.

6 commenti:

  1. Bellissimo blog e bellissimo commento su Monica!

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  2. mitica laury, che bello trovarti qui :*

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  3. Che bella scrittura! Scrivi come il mare.
    l.s.

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  4. grazie Luigi, mi hai lasciato un commento emozionante.

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  5. Io non avrei mai la forza per andare in Australia, anche se ho i capelli corti.
    Mi è piaciuto molto, penso che parteciperò al tuo concorso. :D

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